L’altra riva  

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Questa rubrica  tocca vari aspetti del problema della morte nelle diverse culture e religioni.

Indice

La morte cristiana  

La morte in questo secolo   

La morte e il morire

La morte di massa       

Il dio vivente              

Il diritto a sapere

La morte è la morte e basta.  

L’olocausto      

Il culto egizio dei morti

Parlarne ai bambini...   

La sepoltura         

Cimitero o camposanto?

Islam                  

Le parole per dirlo      

Intorno ai morti

C’è morto e morto      

Al di qua della morte      

Buddha

Diritto a morire    

Diritto a vivere, obbligo a morire     

Due letture

La morte e il cristiano   

Gioia, dolore, morte  

La pietra sigillata

Suicidio di massa per la cometa  

Dei dolori o delle pene

Sali a nascere con me fratello 

Non si muore per caso  

Voci dal silenzio

Dire addio         

Ascolto e  empatia      

Suicidio

C’era una volta un re   

Il lutto, la giustizia, la conoscenza

Morire non è poi così brutto   

Un missile per carro funebre

Un punto di vista   

Congedo 

i testi precedenti sono stati PUBBLICATI SU L'ECO DEL CHISONE NEL 96-97

 

seguì una serie curata dall'Associazione Raphael

 

altri testi successivi

addio di G.Marquez    

Mother (e.s.)     

Fantasia IN CIMITERO .PDF- il manifesto  

mazzette

Per Violetta  

Per Sandro  

Per Giorgio  /foto

Bonhoeffer pdf   Testo

L'uomo e il suo patire - link  

Camilo Torres  

Un nuovo modo di morire-htm  

Alex Langer -htm  

A JANITZIO LA MORTE NON FA PAURA - htm- n+1  

Nostro fratello Giuda -Primo Mazzolari  

Isolotto-pdf

Dialogo sulla vita-Martini pdf   

Guilbert-htm  

Perversioni pdf  

d.Borghi htm

Tiziano Terzani  

Abbè Pierre     

Ricordo di Caterina  

Ricordo di Francesca  

ricordi di Ter

Ricordi alla sepoltura di Giovanni Giolito: Franco Barbero ( c. di Base), Giulio Giordano (ex partigiano GL)


 

La morte cristiana

 

Letture : dalla prefazione al libro di Enzo Bianchi, “Vivere la morte” Gribaudi, 1983.

 

“Nella nostra esistenza la morte resta l’evento ineluttabile per eccellenza, anche se oggi si vive come se si fosse immortali. Da alcuni decenni noi cristiani assistiamo passivamente,, fino ad essere complici di questa nuova forma di mondanità dominante, a un occultamento della morte e a una rimozione di questa realtà dal nostro vivere quotidiano. E’ una vergogna e un tradimento della vocazione ricevuta nel battesimo, che è immersione nella morte, e non in una qualsiasi morte, ma nella morte del Signore.(...)

Ma già si avvertono le reazioni a questa situazione: la morte ritorna magari come morte in diretta, gettata in pasto a milioni di telespettatori, mercificata e quindi ancora una volta esorcizzata perchè espropriata al morente  per soddisfare un voyeurismo di massa.

I cristiani dovrebbero cessare il loro complotto di silenzio su questo tema e, ristabilendo all’interno della loro spiritualità la memoria mortis, dovrebbero riappropriarsi di questo evento formidabile in cui è stata posta l’epifania della Croce. Rigettare e occultare la morte significa infatti disobbedire alla radicale sequela di Gesù Signore e non esercitarsi all’arte del morire con Cristo per risuscitare con lui alla vita per sempre.

E’ necessario per il cristiano vivere la morte e imparare a morire fino a fare della morte l’atto volontario, l’atto supremo della vita, l’atto di amore, di fede, di abbandono nel Dio dei viventi e non dei morti. (...)

Nessuno di noi conosce le modalità della propria morte: .a quando ci sarà annunciata, se il Signore ci liberererà dalla morte subitanea ed improvvisa, ognuno di noi possa dire nella fede come Papa Giovanni : ‘Mi rallegro perchè mi è stato detto: Andremo alla dimora del Signore !’.”

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L’altra riva.

 

La morte in questo secolo

 

Forse non ci rendiamo conto che l’atteggiamento nei confronti del morente, che oggi conosciamo, è cambiato profondamente rispetto ai secoli passati, quando la famiglia patriarcale e un diverso rispetto per l’anziano permettevano una sua “gestione” degli ultimi momenti della vita...

 

I familiari, che hanno dal morente l’affidamento della sua sorte, lo affidano, a loro volta, in gran parte, alla struttura ospedaliera. Questo sopratutto nelle società dove si può trovare, secondo il diritto, il posto all’ospedale senza bisogno di mendicarlo. Diversa è la sorte di gran parte del resto del mondo.

Tuttavia, anche nelle società più organizzate e strutturalmente efficienti, l’ammalato è trattato come un caso, come un numero della corsia ed è soggetto alla “tecnica di salvezza”. Gli orari, pur quando tutto va bene, sono rigidi, e questo per necessità di struttura; gli interventi dei sanitari e i rapporti con l’equipe creano un senso di anonimato, di solitudine, proprio quando il soggetto ha più bisogno di comunione e avverte maggiormente l’esigenza di espressioni affettive, comunque personalizzate.

Tutto attorno al morente oggi tende a svolgersi in chiave di clandestinità; siamo passati dal “nuntius mortis” del passato , al “silentium mortis”, anzi alla dissimulazione, anche quando il morente dà a vedere che conosce la situazione.

Il malato grave che già dalla struttura viene ricacciato nello stadio della regressione  per la carenza di rapporti primari, vien qui ridotto a minorenne sotto tutela, separato, con una cortina di menzogna, dal suo diritto di informazione e di libertà. L’affidamento ai propri cari, iniziato nel secolo XIX è oggi giunto al culmine perchè, in nome del non-turbamento, si depaupera l’uomo dell’occasione suprema di vivere un suo diritto sacro: “E’ privato, dichiara Ariès, dei suoi diritti, e in particolare, del diritto, un tempo fondamentale, di conoscere la propria morte, di prepararla, di organizzarla “.

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Letture:

Philippe Ariès, “La storia della morte in Occidente”, Rizzoli 1978 ; “L’uomo e la morte dal Medioevo ai nostri giorni”, 1980, Laterza-Bari

 

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La morte e il morire

 

La psicanalista americana E.Kubler Ross sostiene sulla base della sua lunga esperienza che il parlare della morte in un modo appropriato reca sollievo sia al morente che agli altri. Ma osserva che non è possibile fare quest’approccio se non si conoscono le tappe attraverso le quali passa il morente quando comincia l’intuizione della sua fine. E come nell’età evolutiva tutte le fasi sono necessarie, anche quelle che sembrano provvisoriamente negative, così in tale intuizione, fino alla celebrazione della morte.

C’è una prima tappa: l’illusione e la negazione:il soggetto razionalizza il suo caso e pensa che la morte sia una realtà che appartiene agli altri.

La seconda tappa è caratterizzata da un atteggiamento di aggressione: il malato si mostra duro, minaccioso e scontroso. E’ una reazione non tanto contro le persone, i familiari, i sanitari ma è diretta piuttosto contro quei valori che essi rappresentano e che a lui sono negati, anzitutto la salute.

Segue la fase del “mercanteggiamento”, come si esprime la Kubler Ross. Il malato, cosciente ormai del suo stato, si aggrappa a tutte le risorse per guarire. Si rimette, in regime di dipendenza quasi totale dagli altri, a patteggiare la salute in cambio della sottomissione e degli onori resi alla Divinità e a quanti l’assistono.

Subentra poi la fase dello scoraggiamento, della delusione. Il soggetto diventa più taciturno, rifugge la compagnia, ha crisi più frequenti di pianto. Qui l’atteggiamento di chi assiste il malato, dice la sperimentatrice che ha fatto l’oculata assistenza a migliaia di morenti, deve essere quello di empatia-comunione

Infine l’ultima fase è l’accettazione che è rassegnazione, pacificazione o addirittura sublimazione nella fede a seconda dei casi. Insomma è urgente che il rapporto sia personalizzato al massimo, con gesti, con segni, con sguardi, fatti di tenerezza e di viva partecipazione. La comunione sia visibilizzata, al mano nella mano. In questo clima non ha più senso chiedermi: dirò la verità al morente? Devo piuttosto domandarmi: come posso condividere col morente amato quanto io so? Attraverso l’empatia indubbiamente.

Letture:

E.Kubler Ross

“La morte e il morire”

Cittadella, Assisi, 1976

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La morte di massa

 

Questo secolo ha visto morire nelle guerre molte decine di milioni di persone, in prevalenza civili. La morte individuale riesce ancora a vederci coinvolti ma stentiamo a renderci conto e a reagire di fronte alla morte di massa... Tutti i diritti, i riti di cui abbiamo parlato in questa rubrica, sono solo per una ristretta parte dell’umanità che vive nel benessere. Per gli altri, vera sovrappopolazione lasciata decimare da guerra, fame e malattia, resta solo un fugace passaggio sugli schermi TV nei telegiornali...

 

Letture.

Padre Alessandro Zanotelli

“La morte Promessa”. Publiprint

 

L’Ufficio internazionale del lavoro parla di cento milioni di disoccupati, se si aggiungono le persone che fanno un lavoro precario o nero, arriviamo a ottocento milioni.

Sempre l’ONU parla di cento milioni di senza tetto che vivono sotto i ponti o sotto gli alberi. Se a questi aggiungiamo quelli che vivono in baracche o in tende, arriviamo a un miliardo di persone.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nel Sud del mondo vi sono quattrocentocinquanta milioni di handicappati. E’ incredibile vedere come stanno proliferando le malattie nei paesi poveri: più cresce la povertà, più aumentano le malattie.

La FAO sostiene che circa quattrocento milioni di persone sono minacciate dalla fame, di cui trenta-quaranta milioni all’anno ne muoiono in conseguenza. La FAO afferma che ogni minuto trenta-quaranta bambini sotto i cinque-sei anni muoiono di fame, mentre abbiamo il coraggio di spendere a questo mondo mille miliardi di dollari all’anno in armi, che equivalgono a due miliardi  e ottocento milioni al minuto. Se questo che investiamo in morte lo investissimo in vita, potremmo vivere tutti da piccoli principi su questa terra”.

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Il dio vivente

 

L’Egitto dal quale gli Ebrei sono usciti è la terra del culto dei morti. Ed è anche la terra della schiavitù. L’ebraismo rifiuta l’uno e l’altro. L’ebraismo propone di scegliere tra un sistema ideologico basato sullo sfruttamento dell’uomo che spera in un miglioramento in una dimensione metafisica oppure un impegno etico ad agire per la correzione della società in nome di un’Entità che si definisce garante dei diritti dell’oppresso che soffre (Salmo 146,7  e seguenti).

Ma nella storia ebraica si intrecciano diverse tradizioni. Dalla Bibbia si ricava che la struttura dell’uomo è duplice: la parte materiale, polvere della terra in cui viene insufflato lo spirito vitale nismàth chajjm che lo rende persona vivente. Il respiro vitale, nèfesh con la morte abbandona il corpo e ritorna a Dio. Dopo la morte lo Sheòl è la sede del defunto dove si dice conduca una esistenza buia  e senza coscienza (Giobbe 14,21).Aperto invece è il problema dell’anima: se si identifichi con la sostanza che è diretta allo Sheòl, o se scompaia nel nulla, o torni a Dio, o continui a sopravvivere per sempre. La critica ebraica recente insiste comunque a sottolineare nella Bibbia una visione unitaria dell’uomo, nel quale gli elementi sono indissociabili. Anche nella morte l’unità della nèfesh non sarebbe compromessa e  la morte non sarebbe totale assenza di vita, ma la sua massima attenuazione: per questo i i morti sono chiamati Refaìm, i deboli.

La dimora della morte lo Sheòl, secondo alcuni, come in Samuele 2,6 è sottoposta al potere divino, è detto che il Signore “fa morire e fa vivere, fa scendere nello Sheòl e ne fa salire”.

Infine la resurrezione della persona nella sua interezza non ha niente a che vedere con il concetto greco di immortalità e compare in vari brani (Giobbe 19,25-27; Proverbi 15,24 ecc).

Ma si può prestare a una duplice lettura come in Ezechiele 37, dove l’interpretazione può essere orientata nel senso di una visione di risurrezione dei morti, in una prospettiva di “fine dei giorni”, oppure nel senso di una grandiosa allegoria della rinascita storica e nazionale di Israele che torna sulla sua terra e riprende la vita di un tempo.

 

Letture:

Max Weber “sociologia delle religioni, l’antico giudaismo”, Newton Compton, Roma 1980.

“Morte e resurrezione in prospettiva del regno” A.A.V.V., elle di ci editrice

 

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Il diritto a sapere

 

La vita odierna permette sempre meno a molti uomini un tempo per vivere e così parallelamente la morte non lascia a molti un tempo per morire. La morte continua a regnare incontrastata, ma il morire è sovente alienato, rimosso ed espropriato dall’uomo. Molte infatti sono le morti che giungono improvvise a causa della guerra, della violenza, degli incidenti sul lavoro e sulla strada: sovente si subisce la morte senza avere il tempo di morire.

Almeno negli altri casi l’uomo non può essere privato del suo morire, perché questo deve essere un atto volontario, l’atto supremo della vita.

Invece i famigliari non vogliono avvisare il parente della morte ormai prossima, chiaramente certa, perché questi non resisterebbe alla verità e si spaventerebbe; i medici più avvertiti pensano che non è lecito togliere la speranza e arrivano a pensare che l’annuncio di malattia mortale nuocerebbe alla terapia; gli infermieri demandano questo compito ai responsabili della cura. In alcuni casi si conviene di affidare al prete o al pastore questo incarico, ma sovente anch’egli evita di “annunciare la morte” rifugiandosi dietro il paravento dell’incompetenza e dell’insicurezza. Il malato resta così attorniato da relazioni monche, a volte false, che tendono a propinargli una falsa speranza e una falsa consolazione. Il suo caso resta disperato per gli altri, e a lui è tolta ogni possibilità di verità condivisa, la sola che nella coscienza della morte vicina possa liberare dall’angoscia e dalla disperazione.

Morire umanamente significa infatti condurre pienamente a termine la propria maturazione umana nelle ultime fasi della vita.

 

Letture:

“Vivere la morte”, Enzo Bianchi, Gribaudi , 1983.

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La morte è la morte e basta.

 

Norbert Elias non condivide la “nostalgia” di Philippe Aries per i tempi passati, in cui si poteva “gestire la propria morte”. Nel suo saggio “La solitudine del morente” così conclude la sua lettura atea e non pessimista dei modi in cui tocca morire in questo secolo:

 

“La morte non è spaventosa. Si entra in un sogno e il mondo scompare, sempre nel caso che tutto si svolga per il meglio. Terribili invece possono essere le sofferenze dei moribondi e il lutto dei vivi quando perdono una persona cara. terribili sono spesso le fantasie collettive e individuali che gravitano intorno alla morte. Rasserenarle, confrontarle alla semplice realtà della finitezza della vita è un compito che dobbiamo ancora affrontare. E’ orribile che dei giovani debbano morire prima di aver potuto assaporare le gioie della vita e di aver dato un senso alla propria esistenza. E’ orribile che uomini, donne e bambini debbano vagabondare affamati attraverso paesi deserti dove la morte non ha fretta di colpire.

Molti sono dunque i terrori che circondano la morte. Dobbiamo ancora scoprire ciò che gli uomini possono fare per garantire ai loro simili una fine tranquilla e pacifica; l’amicizia di coloro che sopravvivono, la sensazione che debbono avere i morenti di non essere d’ingombro fanno senz’altro parte di tale programma. La rimozione sociale, l’atmosfera di malessere che spesso oggigiorno circonda gli ultimi istanti di vita, non sono certamente d’aiuto per gli uomini.

Forse dovremmo parlare con più franchezza della morte , smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana. Ciò che di essa sopravvive è quanto essa ha dato agli altri uomini e ciò sarà conservato nella loro memoria.(...)”

Letture:

Norbert Elias “La solitudine del morente “, Il Mulino,1985, Bologna

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L’olocausto

 

Quando penso alla mia morte e alla mia decisione di essere cremato, non è estraneo il ricordo dei campi di concentramento che stanno alle nostre spalle e cerchiamo di dimenticare o negare...

 

Letture:

da “Vivere la morte “, di Enzo Bianchi, Gribaudi Editore, 1983 è tratto un brano del racconto “L’ultimo dei giusti” di André Schwarz-Bart

 

“Mentre nel silenzio sempre più pesante della folla, nell’odore sempre più pestilenziale, lievi e soavi parole prendevano vita sulle sue labbra, scandendo su un motivo di sogno il passo dei bambini e su un inno di amore quello di Golda, gli sembrava che un silenzio eterno si abbattesse su quella mandria ebraica condotta al macello, che nessun erede, nessun ricordo avrebbe mai fatto eco al passo silenzioso di quelle vittime; non un cane fedele avrebbe tremato, non il cuore di una campana avrebbe suonato, uniche testimoni sarebbero state le stelle che declinavano nel fresco cielo. “Oh Dio”, si disse in quell’attimo il Giusto Erni Levy, mentre il sangue della pietà ricominciava a scendere dalle sue palpebre, “oh Signore, così siamo sortiti migliaia di anni fa. camminavamo per aridi deserti, attraverso il Mar Rosso di sangue, in un diluvio di lacrime salate e mare. Siamo vecchissimi. Camminiamo. Oh fosse giunto il momento di arrivare!” (...)

Ad occhi chiusi subì la spinta delle ultime infornate di carne che le SS sospingevano ora coi calci dei fucili nelle camere a gas e, ad occhi chiusi, sentì spegnersi la luce sui vivi, sulle centinaia di donne ebree d’un tratto urlanti di sgomento, sui vecchi che subito alzarono sacre preghiere con forza crescente, sui bimbi martiri della spedizione che trovarono nello spavento l’innocente freschezza delle passate angosce e prorompevano tutti in identiche esclamazioni. “Mamma!” “Eppure sono stato buono!” “E’buio!E’buio!”... E mentre i primi effluvi del gas “Ciclone B” s’infiltravano fra i grandi corpi sudati, per deporsi al piano inferiore, sull’agitato tappeto di teste infantili, Erni, liberandosi dalla mutua stretta della fanciulla, si chinò nel buio verso i piccoli che gli si rannicchiavano tra le gambe e urlò con tutta la bontà e la forza dell’anima sua “Respirate profondamente agnelli miei, respirate in fretta!”

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Il culto egizio dei morti

 

L’idea che la sorte dell’uomo dopo la morte è determinata dalla condotta in questa vita è sorta in un periodo relativamente recente della storia della civiltà. Non ne troviamo traccia nelle religioni assira e babilonese, nella religione cinese e nella stessa religione ebraica fino al II secolo avanti Cristo.

Ogni teoria morale si è sempre costituita in funzione degli interessi degli strati che hanno il controllo della vita sociale. Perché potesse sorgere la speranza di un certo affrancamento dell’uomo, in questa vita e nell’altra, occorreva che la dura legge della schiavitù avesse già cominciato a trovare ostacoli e contraddizioni, grazie allo sviluppo di nuove forze produttive.

Il  lento inizio di un processo di disgregazione sociale in Egitto,  si trasferisce in campo religioso e morale, alimentando le speranze del servo e del povero in una giustizia superiore, che se non in questa vita gli assicuri almeno un’esistenza migliore in un’altra.

Nelle tombe più antiche che risalgono a oltre 4000 anni prima della nostra era, prevale il concetto della sopravvivenza materiale del defunto. I defunti, anche i più eminenti, vengono deposti in una tomba quadrangolare od ovale, con cibi e utensili e figurine di parenti. Col tempo le tombe diventano più complesse con pesanti coperture il cui scopo è impedire l’uscita del defunto, di nuovo in mezzo ai vivi, violando una delle leggi fondamentali della società : il tabù. Affinché il defunto trovasse sempre il proprio corpo nelle migliori condizioni ne venivano estratti i visceri e veniva mummificato. Naturalmente questo processo era destinato ai ricchi.

Le piramidi non sono altro che una variante grandiosa di questo tipo di tombe, destinate a personaggi reali e a partire dal 3000 avanti Cristo.

Le iscrizioni in queste tombe parlano del destino dei re, divenire nell’aldilà nuove divinità celesti.

Nel “Libro dei morti” si parla del diverso destino dei defunti. Per la gente comune la dimora dei morti viene talvolta definita “il campo dei giunchi”, dove avrebbero continuato a coltivare i campi meravigliosamente fertili.

Per i ricchi, non destinati come i reali a diventare nuovi dei, l’espediente per non dover faticare nemmeno nell’aldilà consisteva nel deporre nelle tombe figurine in creta di schiavi  e contadini che avrebbero lavorato per loro anche nell’altro mondo. Strettamente associato con  i riti funerari era il dio Osiride.

 

Riassunto dal libro “Breve storia delle religioni”, Ambrogio Donini, Newton Compton, 1991

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Parlarne ai bambini...

 

In passato la morte era una questione pubblica in misura assai maggiore di quanto lo sia oggi. Anche la nascita e la morte - analogamente ad altri aspetti animali della vita umana - erano eventi pubblici e dunque comunitari, aspetti questi, sostituiti oggi da una rigorosa privatizzazione.

Nulla caratterizza con maggiore efficacia l’atteggiamento odierno di fronte alla morte della riluttanza degli adulti nell’avvicinare i bambini alla realtà della morte; tale riluttanza è particolarmente sintomatica per le proporzioni e le forme assunte dalla rimozione della morte nell’ambito tanto individuale che sociale. Obbedendo all’oscura sensazione che i bambini possano esserne danneggiati, nascondiamo loro gli eventi naturali della vita, che dovranno in seguito inevitabilmente conoscere e capire. Ma per i bambini il pericolo non è rappresentato dalla conoscenza della semplice realtà della finitezza della vita, di quella dei genitori e quindi anche della propria; del resto le fantasie infantili toccano questo problema e la paura e l’angoscia, frutto della loro vivida immaginazione, spesso lo ingigantiscono. Sapere d’avere dinanzi a sè una lunga vita può equilibrare positivamente le fantasie inquietanti.
La difficoltà nell’affrontare il problema della morte con i bambini sta più nel come se ne parla che in quello che si dice loro. Gli adulti che evitano di parlarne ai figli temono, forse a ragione, di poter comunicare loro le proprie angosce e paure della morte. Indubbiamente oggigiorno la riluttanza degli adulti nello spiegare ai bambini l’evento biologico della morte rientra nelle caratteristiche proprie a questo stadio del modello di civilizzazione dominante. In passato anche i bambini erano presenti al capezzale dei moribondi: infatti, quando tutta la vita si svolge per lo più innanzi agli occhi dei propri simili, anche la morte avrà luogo sotto gli occhi dei bambini.

 

Letture:

“La solitudine del morente”, Norbert Elias, Il Mulino, 1985.

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La sepoltura

 

Il ritrarsi di fronte ai moribondi, e il silenzio che gradualmente si instaura, proseguono anche quando la morte è sopraggiunta: nella preparazione della salma e della sepoltura, ad esempio. Queste pratiche oggigiorno non sono quasi più espletate da parenti e amici, ma sono ormai passate nelle mani di specialisti. Nella coscienza dei primi il ricordo del congiunto morto resta così fresco e vivo; il significato della salma e della tomba come centro dei sentimenti è assai meno rilevante. Questo definitivo passaggio della cura della tomba dalle mani della famiglia a quelle degli specialisti è testimoniato dagli opuscoli editi dai maggiori cimiteri. Naturalmente essi mettono in guardia da concorrenti ed avversari che potrebbero oltraggiare la decorazione delle tombe con un troppo ricco ornamento floreale. Si sottace quasi completamente il significato delle tombe quali luoghi di sepoltura di morti, e naturalmente mancano anche espliciti riferimenti al fatto che il mestiere dei cimiteri ha a che fare con la sepoltura di cadaveri. Questo studiato occultamento, che riflette la mentalità dei potenziali clienti, emerge poi con particolare chiarezza se pensiamo alla poesia del diciassettesimo secolo. La franchezza con cui parla della trasformazione del corpo umano nella tomba è in stridente contrasto con la rimozione igienica di sgradevoli associazioni dalla letteratura, e soprattutto dalle conversazioni sociali, dei nostri giorni.

Allora persino i poeti parlavano liberamente dei vermi della tomba, qui, invece, gli stessi giardinieri cimiteriali evitano l’accenno a qualsiasi cosa possa ricordare che le tombe hanno a che fare con la morte.

 

Letture:

“La solitudine del morente”, Norbert Elias,Il Mulino, 1985

 

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Cimitero o Camposanto?

 

Lettura da:

“La solitudine del morente”, Norbert Elias, Il Mulino, 1985

 

Varrebbe la pena di discutere della tattica adottata dai vari concorrenti commerciali in questo settore, ma non è questa la sede più appropriata.

Parliamo di cimiteri.

Sarebbe bello che il luogo commemorativo per i defunti fosse realmente un parco per i vivi. Questa è l’immagine che i giardinieri cimiteriali vorrebbero evocare: “un’isola tranquilla, verde, in fiore, nel febbrile frastuono della nostra vita quotidiana”: Se quelli che vengono progettati fossero realmente parchi per i vivi, dove la gente mangia tranquillamente i suoi panini e i bambini giocano! Forse un tempo ciò era possibile, ma oggi è proibito dalla nostra attitudine alla solennità, dalla tendenza a considerare disdicevole lo scherzo e il riso in prossimità della morte; questi sono sintomi del tentativo semi inconsapevole dei vivi di distanziarsi dai morti e di celare quanto più possibile quest’aspetto così increscioso della animalità umana dietro le quinte della vita comune. Ai bambini che si rincorrono allegramente fra le tombe, i guardiani delle aiuole ben curate e ornate di fiori darebbero una sonora lavata di capo per il poco rispetto dimostrato per i morti. Ma una volta morti, gli uomini certamente non sanno se i vivi li trattano con rispetto. Anche la solennità con cui si circonda la cerimonia funebre la tomba, l’idea che in prossimità del sepolcro debba esservi silenzio e che in cimitero si debba parlare a bassa voce per non disturbare la quiete dei defunti, sono in definitiva tutte forme di distanziamento dei vivi dai morti, mezzi per allontanare dai vivi la minaccia insita nella vicinanza dei morti. Sono i vivi ad esigere rispetto per i morti e hanno le loro buone ragioni, fra cui quella dettata dal loro timore della morte e dei morti; spesso però tale timore serve come mezzo per accrescere il potere dei vivi.

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Islam

 

La crisi religiosa del mondo arabo trovò la sua personalità di maggior rilievo in Muhammad, o Maometto. La sua nascita nel 570 o 571 dopo Cristo, coincide con la definitiva cacciata degli invasori etiopici dallo Yemen e con il disperato tentativo delle tribù beduine della Mecca di riprendere in mano una parte almeno del commercio con l’oriente e ristabilire la vecchia via carovaniera del Mar Rosso, favorita dal pellegrinaggio annuale al santuario dove era esposto nella Kaaba una grossa pietra nera, probabilmente di origine meteorolitica, identificata con il dio locale Hubal; pellegrinaggio che Maometto trasformerà, ma conserverà sostanzialmente.

“Il giorno del giudizio è imminente, rinnegate i vani idoli e ritornate alla religione dei padri, mettendovi al servizio del vero Dio, prima che il mondo finisca”: tale è il messaggio che il Corano, nella sua parte più antica, attribuisce a Maometto, profeta di Allah. Il nome Qaràn o Quràn indica semplicemente la “lettura” a piena voce, la recitazione: ed è derivato dalla credenza che l’arcangelo Gabriele, apparso a Maometto in una grotta all’orizzonte del deserto, gli avrebbe trasmesso ad alta voce, da un originale scritto in cielo, le “rivelazioni” che egli avrebbe poi dovuto recitare ai suoi seguaci.

Il concetto fondamentale del Corano è quello dell’abbandono alla volontà divina, della “sottomissione”, o islam

da cui deriva il termine muslim, musulmano, per definire i seguaci della nuova religione. Si ritiene che l’anima sopravviva in forma corporea anche dopo la morte e che nella vita futura il credente potrà godere di ogni sorta di piaceri; ma chi si ostina nell’empietà e nel peccato sarà divorato dalle fiamme infernali. Se gli infedeli oppongono resistenza alla propagazione della nuova fede, devono essere sterminati (la “guerra santa”, o gihàd); ma se si sottomettono e accettano di riscattarsi con un tributo, potranno vivere in pace e praticare i loro culti.

 

Appunti da “Breve storia delle religioni”, Ambrogio Donini, Newton Compton, 1991

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Le parole per dirlo

 

Di fronte alla morte, molte voci si tacciono e la comunicazione si fa semplice e rituale, talvolta è un grido, talvolta nasconde l’invettiva contro il destino. Sovente è opera dell’agenzia di pompe funebri, talvolta è opera delle famiglie o rivela la mano del sacerdote.

E’ consueto, come si può vedere su questo giornale (quasi sempre compare la foto) o sugli avvisi murali, informare i cittadini sugli estremi personali del defunto, sui rapporti di parentela. Più di rado compaiono professione e cariche del morto, solo in alcuni casi si cita la confessione religiosa; in caso di morte prematura talvolta si citano le cause della morte.

Riportiamo alcune frasi più comuni.

Sovente ricorre l’immagine del sonno:

“si è assopito”, “riposa per sempre”, ha chiuso gli occhi per sempre”.

Altre volte si scrive “è mancato”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “porgiamo l’estremo saluto”, “è ritornato nella pace dei giusti”.

Oppure:

“E’ tornata alla sua casa”, “è ritornato nella pace dei giusti”, “ha raggiunto in cielo il Signore”.

Altri scrivono:

“E’ stato portato via (per sempre)”, “un doloroso destino ha tolto all’affetto dei suoi cari”, “Dio ha preso con sè”

E anche :

“E’ stato chiamato nell’eternità”, “Dio ha richiamato”.

Si scrive anche:

“E’ stato liberato dalla sofferenza”, “Il Signore Iddio ha liberato da una lunga malattia”, “dopo lunghe sofferenze è stato liberato dalla sua esistenza terrena”.

E se la morte è prematura:

“Improvvisamente”, “Improvvisa immatura scomparsa”, “costernati e increduli di così tragica fine”.

Quando la morte era attesa come un beneficio:

“si è spento serenamente”, “dopo un’intera vita dedicata alla famiglia e al lavoro”, “ha chiuso la vita operosa”.

Sovente a queste frasi dei parenti corrispondono altrettanto semplici e rituali condoglianze scritte di chi partecipa al funerale e al dolore della famiglia.

 

Letture . “Le immagini della morte nella società moderna”, Werner Fuchs, Einaudi, 1973

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Intorno ai morti

 

Il Morto stesso non è più il soggetto centrale delle onoranze, ma è un oggetto commercializzato e consumizzato. Non è più il centro dell’attenzione, ma occasione di lucro. Non ci riferisce tanto ai riti funerari, alla pur discutibile ricerca di “un posto al sole” nei cimiteri, o agli spazi dedicati sui giornali in occasione della morte e delle ricorrenze, ma a pratiche da noi meno presenti.

Si tratta di quel fenomeno degli Stati Uniti per cui esiste una vera e propria estetica funeraria, con alberghi che ospitano cadaveri e li trattano e li rinforzano con supporti e sostanze diverse, così che si reggono in piedi secondo la movenza caratteristica della vita usuale. Più che imbalsamare il cadavere come si usava un tempo, si tende a trattarlo in maniera che il morto sembri vivo.

Per esorcizzare la paura della morte si simula la vivacità del vivente.

Questa paura della morte si manifesta anche con l’ostracismo del lutto. Per non turbare la compiaciuta società si allontanano i bambini che invece ieri erano in prima fila nei riti funerari.

La morte è diventata un tabù. Non è conveniente alla società fondata sull’efficienza e sul vitalismo. Gorer afferma l’avvenuta sostituzione del tabù del sesso col tabù della morte. Le manifestazioni di lutto sono proibite. L’esigenza di esprimere il dolore resta inibita. E’ consentito piangere solo “di nascosto, come di nascosto ci si spoglia” osserva Gorer.In pubblico il colpito dal dolore deve mostrasi disinvolto, dedito al suo lavoro e ai suoi svaghi, altrimenti è classificato come asociale.

Questa rimozione è indotta dalla repressione sociale. Una società devastata dal prepotere, dal privilegio, dal profitto per il profitto, alla ricerca del comodo, del facile, del felice a tutti i costi. Deve reprimere l’evento della morte.

 

Letture:

“Morte e resurrezione in prospettiva del regno” A.A.V.V., Elle di ci editrice

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L’altra riva

 

C’è morto e morto

 

Già il modo con cui usiamo l’espressione “i morti” è singolare e indicativo; fa pensare che gli uomini deceduti in qualche modo esistano ancora, non solo nella memoria dei vivi ma anche indipendentemente da questi ultimi. La paura della morte è sicuramente anche il timore di perdere e di veder distruggere ciò che anche i morenti han giudicato prezioso e a cui han consacrato la propria vita. Ma solo i posteri stabiliranno se ciò che è sembrato loro prezioso continuerà ad esserlo anche per altri uomini. Anche le pietre tombali si rivolgono ingenuamente ai posteri: forse qualche passante leggerà su quella pietra, posta per durare in eterno, che lì si trova la tomba di quei tali genitori, nonni e bambini.

Ciò che viene inciso sulla pietra durevole della tomba è un silenzioso messaggio dei morti ai vivi; è simbolo di un sentimento forse ancora inarticolato dell’unica possibilità di sopravvivenza di un morto nella memoria dei vivi.

Tale intenzione nei fatti si scontra con le leggi del denaro, dello spazio, con le regole mutevoli in fatto di sepoltura.

Accade allora che i più ricchi ostentino nei cimiteri vere e proprie case dell’aldilà, che svettano sopra le tombe comuni destinate a durare poche decine d’anni e guardano altezzose i loculi dei colombari. Questo accade in quel che è definito camposanto, e dove per tacito accordo si è stabilito che la gerarchia dell’altra vita riproduca le divisioni e gli onori di questa. Proprio come accadeva nel lontano Egitto a faraoni e schiavi: gli uni destinati a diventare ‘dei’, gli altri statuine nelle tombe dei ricchi per continuare al lavorare al loro servizio. I millenni son passati e il materialismo che si legge nei camposanti continua a far riflettere.

Ma non cambierà presto, come non capiterà di leggere necrologi che dicano pane al pane e vino al vino, come li troviamo nell”Antologia di Spoon River”.

 

Letture: “La solitudine del morente”, Norbert Elias, Il Mulino, 1985.

“Antologia di Spoon River”, Edgar Lee Masters, Newton Compton,1974.

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L’altra riva

 

Al di qua della morte

 

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunciare il regno di Dio”                     (Luca 9,60)

 

Non è una novità, né una scoperta dell’ultima ora: Gesù amava giocare con le parole. (...) Se intesa letteralmente, la parola di Gesù sui morti risulta essere un paradosso: come è possibile che un morto faccia qualcosa? (...) La parola di Gesù diventa chiara quando viene inserita nel suo contesto (l’invito a seguire Gesù, un contesto di vocazione) e quando ci rendiamo conto che tutto si gioca sulla parola “morti”: nel primo caso si usa il significato metaforico, nel secondo quello letterale. Si coglie facilmente il senso della parola di Gesù quando si fa l’equazione : chi segue Gesù e annuncia il regno di Dio è vivo, chi non segue Gesù e non annuncia il regno è morto (in senso metaforico naturalmente, anzi, in senso teologico-spirituale). Quindi il non accogliere l’urgenza della sequela e dell’annuncio del regno di Dio, l’esigenza di predicare l’Evangelo, rende “morte” tutte le altre cose sul piano della storia, come appunto quella di seppellire un morto reale. (...9

Se è vero che noi protestanti non abbiamo il “culto dei morti” e i nostri vecchi cimiteri si distinguono per austerità e semplicità, è pur vero che in occasione del 2 novembre qualcuno di noi si reca al cimitero, quantomeno per verificare lo stato della tomba di un suo caro. Diciamo che i nostri morti sono con il Signore e non hanno certo bisogno della nostra attenzione o della nostra cura. In occasione di questa ricorrenza è bene non sparare contro altri versetti biblici che parlano appunto di morti che seppelliscono altri morti, se prima non ne abbiamo colto per intero la pregnanza teologica e l’esigenza che pongono su di noi. Pensiamo ai vivi; dei morti, di tutti i morti, si prende cura il Signore.

 

(Articolo a firma di  Domenico Tomasetto, su  Riforma, settimanale delle Chiese evangeliche, battiste, metodiste, valdesi, 1 novembre 1996)

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L’altra riva

 

Buddha

 

Il buddismo è oggi una delle religioni più diffuse nel mondo, insieme al cristianesimo e all’islamismo. Al pari del cristianesimo e dell’islamismo, il buddismo è nato e si è sviluppato come dottrina universale del riscatto dal dolore e della salvezza, nel lungo periodo che ha visto sorgere, affermarsi e decadere il sistema sociale basato sulla schiavitù, tra il VI secolo a.C. e il VII secolo d. C. Diffuso inizialmente in un piccolo stato nel Nord dell’India il buddismo ha avuto i più larghi consensi in terra di “missione”. Anche il buddismo è sorto come grande “eresia” staccandosi dalla originaria tradizione brahamanica, come fece anche il giainismo.

Il nome Buddha, significa semplicemente “lo svegliato”, lo stesso titolo è dato a centinaia di personaggi più o meno immaginari che attraverso un analogo tirocinio di “illuminazione interiore” avrebbero raggiunto uno stato perfetto di felicità, consistente nella soppressione di ogni forma di desiderio e nell’annientamento della personalità umana. Tutto quello che si può dire del Buddha storico, una volta sfrondata la sua figura della leggenda, si esaurisce in poche righe.

Il nucleo centrale dell’insegnamento del Buddha abbraccia le quattro verità sul dolore, l’origine del dolore, la soppressione del dolore e la strada che occorre seguire per arrivare alla soppressione del dolore. Non è difficile individuare in queste formulazioni l’eco dell’impotenza e della disperazione degli strati più umili della società, incapaci di raggiungere con le loro forze quello stato di felicità cui aspiravano.

Il buddismo che predica che tutte le cose, per quanto piacevoli e desiderabili sono soggette alla separazione e alla distruzione, alla dissoluzione e alla disintegrazione chiede comunque al discepolo convinto di essere compassionevole per il prossimo:

“possa io essere il dottore e il farmaco

e possa essere l’infermiere

di tutti gli esseri infermi del mondo

finché ognuno di loro sia guarito

         Possa una pioggia di cibo e bevanda discendere /per dissipare il dolore della sete e della fame / e durante l’ora della carestia/ possa io stesso mutarmi in bevanda e cibo.

         Io divengo un inestimabile tesoro

per coloro che sono poveri e indigenti;

possa io mutarmi in tutte le cose di cui essi hanno bisogno/ e possano essere poste proprio accanto a loro.”

 - dai canti di Santideva

 

Letture “Breve storia delle religioni”, Ambrogio Donini, Newton Compton, 1991; Il buddismo Mahayana, Paul Williams, Ubaldini editore,1990

 

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L’altra riva

 

Diritto a morire

 

In Australia si sta discutendo a fondo. E’ il primo paese al mondo che ha autorizzato il suicidio assistito per i malati terminali e ora nel Territorio del nord si vuole rimettere tutto in discussione. Intanto il 75% dell’opinione pubblica è a favore dell’eutanasia. La “Legge sui malati terminali” è entrata in vigore in Australia a luglio 95 ed è stata applicata per la prima volta il 22 settembre quando Bob Dent, malato terminale di cancro, ha deciso di togliersi la vita con un’iniezione letale.

 

In Italia Giovanni Berlinguer - docente di Igiene del lavoro alla Sapienza a Roma - dice “Ritengo che una normativa concernente una questione delicata come l’eutanasia dovrebbe avere un valore nazionale”. Egli ritiene necessario superare l’accanimento terapeutico e che per questo scopo sono necessarie regole di comportamento per i medici, più che vere e proprie norme.

Alla domanda se darsi la morte rientra tra i diritti di un individuo risponde. “ Tra i diritti individuali c’è quello ad essere curato, ma anche quello a non essere curato. Se una persona vuole lasciarsi morire, deve essere libera di farlo, ma non di chiedere ad altri di interrompere la sua vita. Deve essere in altre parole un diritto garantito, ma senza che altri ne assuma la responsabilità diretta o inderetta. Questa è la ragione per la quale sono favorevolissimo ad interrompere le cure quando non servono a nulla, ma sono ostile per principio a demandare ai medici la responsabilità di interrompere la vita.

Le norme sull’eutanasia prevedono che un paziente richieda a un medico di causare la morte, non di interrompere le cure. I rischi sono in primo luogo nelle procedure.

In Olanda è stata di recente approvata una legge in questo senso, è risultato che spesso sostanze letali vengono somministrate senza il consenso del soggetto. Questo equivale a un omicidio, anche se legalizzato. In secondo luogo, poichè i malati - sopratutto quelli anziani o quelli cronici_ sono ingombranti, pesano, danno fastidio, c’è il rischio che qualcuno si senta autorizzato a escludere dalle cure chi non può sostenerle con risorse proprie. C’è il rischio quindi che l’eutanasia diventi un elemento di discriminazione sociale.”

 

(Dall’articolo “Libertà individuali e diritto all’eutanasia” di Luca Tomassini, Liberazione, 29/10/1996)

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L’altra riva

 

Diritto a vivere, obbligo a morire

 

“Al convegno internazionale sulla sanità svoltosi a Rimini un noto politologo americano, Edward Luttwak, ha avuto l’arroganza di esporre una teoria simil-nazista sul modo di risolvere il problema degli anziani che ha destato nella platea stupore ma anche consenso.

Secondo Luttwak lo stato sociale va abolito in Italia perchè fa vivere troppo gli italiani e crea di conseguenza la crescita della spesa pensionistica.

Purtoppo il signor Luttwak ha potuto terminare il suo discorso senza essere cacciato via prima di finirlo.

In Italia non siamo certamente arrivati ad abbracciare una simile teoria, ma il problema degli anziani è esplosivo, e non trova alcuna forma i progettazione da parte delle autorità competenti.

Mancano in Italia strutture in grado di affrontare il problema anziani.

Le Case di Riposo si sono trasformate in luoghi di ricovero per pazienti non autosufficienti, ma il personale è gravemente carente e soprattutto non adeguato a ad erogare le prestazioni sanitarie edeguati per questi malati affetti da gravi patologie croniche.

Mancano strutture per lungo degenti, centri diurni per assistenza agli anziani, , l’assistenza domiciliare è gravemente carente per mancanza di personale infermieristico.

Non vi è un controllo di qualità  sulle prestazioni erogate in regime di assistenza domicialiare programmata e integrata. Si pensa ad istituire reparti ospedalieri di elevata tecnologiae si abbandonanano al loro destino migliaia di anziani non autosufficienti che hanno l’unica colpa di essere “vecchi” e non più produttivi per la nostra società.

Nella mancanza di progettazione può trovare consenso anche la teoria di Luttwak. Se l’Italia è lontana da tale follia nell’animo della gente, può esservi vicina nell’inerzia di alcuni politici che non fanno assolutamente nulla per risolvere il maggior problema sanitario del futuro.

 

Lettera a “Liberazione” di Guido Gasperotti, Trento, 22/10/1196

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L’altra riva

 

Due letture

 

“Laelius de amicitia”, Cicerone, Tascabili economici Newton, 1993

 

“Non sono d’accordo con quelli che da poco  hanno preso a dissertare su questi argomenti, sostenendo che l’anima muoia insieme al corpo e che tutto venga distrutto dalla morte. Per me ha più valore l’autorità degli antichi e dei nostri antenati che attribuirono ai morti diritti tanto sacri, cosa che di certo non avrebbero fatto se avessero pensato che per loro non aveva nessuna importanza; oppure l’autorità di quelli che abitarono in questa terra e l’istruirono, con le loro istituzioni e i loro precetti, la Magna Gercia che ora è distrutta, ma allora era fiorente; oppure di quell’uomo che fu giudicato il più sapiente dall’oracolo di Apollo, che non sosteneva ora questa ora quella opinione, ma sempre la stessa, e cioè che l’anima degli uomini è divina e, quando abbia lasciato il corpo, si apre per lei il ritorno al cielo, tanto più facile quanto più si è buoni e giusti.

(...) Se invece sono più vere quelle supposizioni, e cioè la morte dell’anima e del corpo sono la stessa cosa e non rimane più alcuna percezione, nella morte non c’è nulla di bene e nulla di male. Infatti, perduta ogni sensazione, è come se non fosse affatto nato colui che invece è nato e noi ne siamo felici; e questa città finchè vivrà, se ne rallegrerà.”

  

Pensieri, Giacomo Leopardi, Garzanti, 1985 -    pensiero sesto

 

La morte non è male: perchè libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri . La vecchiezza è male sommo: perchè priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.

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L’altra riva

 

La morte e il cristiano

 

I morti non possono essere sostituiti. Questa realtà della vita di ogni essere umano rende terribile e temuto quello che per ogni vita biologica è un evento naturale.

Nelle diverse religioni del passato intorno alla morte si sono creati i  riti e le credenze più varie. Quella cristiana  raccoglie l’eredità ebraica e ci parla della morte come evento nato dal peccato di Adamo ed Eva. Nello stesso tempo però apre al credente la prospettiva della resurrezione dei giusti, fondata sulla morte e resurrezione di Cristo. Questa parola impegna il credente  a  un atteggiamento positivo rispetto alla morte individuale, su cui ha qualcosa da dire secondo la fede.

 

Lettura/ da “morte e risurrezione in prospettiva del regno” A.A.V.V.

elle di ci editore - 1981

 

 

(...) Abbiamo già osservato che i racconti pasquali dei vangeli hanno quasi sempre come punta il conferimento di una missione di testimonianza (l’incontro con i due di Emmaus è l’eccezione che conferma la regola, ma anche in questo caso la testimonianza c’è, con grande gioia e urgenza) e, che nella confessione di fede protocristiana di 1 Corinti 15 e nelle menzioni della resurrezione di Gesù fatta da Paolo c’è un riferimento diretto all’attività apostolica sua e di altri testimoni. Questo vuol dire che fin dall’inizio la risurrezione di Gesù ha significato per i suoi discepoli l’impegno di proclamare che Gesù vive, che Gesù ha sconfitto la morte, che colui che era stato crocifisso è il Signore, il Kyrios, il Pantokrator (Matteo 20,18: “Ogni potere mi è stato dato, in cielo e sulla terra”). In altre parole, i discepoli non sono semplicemente tornati a continuare l’insegnamento del Gesù terreno, come se la croce e la resurrezione non avessero avuto luogo, ma hanno predicato la croce e la risurrezione come l’evento fondamentale della storia cosmica, e alla luce di quest’evento hanno interpretato e qualificato anche le cose che Gesù aveva detto prima di essere crocifisso: la croce e la resurrezione danno alla sua persona e al suo insegnamento una realtà ed un’efficacia escatologica.

La nostra situazione di fronte all’annunzio evangelico della resurrezione di Gesù è analoga a quella dei discepoli, siamo anche noi chiamati a credere, a vivere, a prendere iniziative in modo tale che la nostra fede, le nostre parole, e le nostre opere siano la conseguenza del fatto che Gesù è risorto, che Gesù vive, che Gesù è il Signore, che Gesù è la primizia e il segno del mondo nuovo di Dio.”          (pag. 110)

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L’altra riva

 

Gioia, dolore, morte

 

Disse allora una donna, Parlaci della Gioia e del Dolore.

E lui rispose:

La vostra gioia non è che il vostro dolore senza maschera. E il medesimo pozzo da cui sgorga il vostro riso più volte si è riempito delle vostre lacrime. Come può essere se non così? Più profondamente scava il dolore nel vostro essere, e più è la gioia che potete contenere. Non è la coppa che contiene il vostro vino quella stessa che il vasaio ha arso nel suo forno? E non è il liuto che vi distende lo spirito quello stesso legno che le lame hanno incavato? Quando siete lieti guardate a fondo nel vostro cuore e troverete che la gioia proviene da ciò che vi ha dato dolore. Quando siete nel dolore guardatevi ancora nel cuore e vedrete che in verità piangete per ciò che è stato il vostro diletto. Alcuni tra voi dicono : “La gioia è più grande del dolore” e dicono altri: “No, più grande è il dolore”. Ma io vi dico che sono inseparabili. Insieme giungono,  e quando l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme nel vostro letto. In verità siete sospesi come bilance tra la gioia in voi e il dolore. Solo se siete vuoti restate immobili e in equilibrio. Allorché il vostro tesoriere vi solleva per pesare l’oro suo e l’argento, non possono la vostra gioia e il dolore non alzarsi o ricadere.

 

Parlò Almitra, e disse: Vorremmo chiederti ora della Morte. E lui rispose:

Vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potrete scoprirlo se non cercando nel cuore della vita? Il gufo i cui occhi notturni sono ciechi nel giorno non può svelare il mistero della luce. Se veramente volete mirare lo spirito della morte, spalancatevi il cuore al corpo della vita. Poiché vita e morte sono un tutt’uno, come lo sono il fiume e il mare. Nella profondità delle vostre speranze e dei desideri sta la silenziosa conoscenza che avete dell’aldilà. E come semi addormentati sotto la neve i vostri cuori sognano la primavera. Fidatevi dei sogni, poiché in essi si nascondono i portali dell’eternità. La paura che avete della morte non è che il tremito del villano quando innanzi al re sta per ricevere onore dalla sua mano. Pur tremando non è forse lieto perché porterà il segno regale? E tuttavia non bada ancor più al suo tremore? Cos’è infatti morire se non restarsene nudi nel vento e sciogliersi nel sole? Cos’è smettere il respiro se non liberarlo dai suoi irrequieti flussi così che possa alzarsi e spandersi e cercare Dio senza  peso alcuno? Soltanto quando berrete al fiume del silenzio canterete veramente. E quando avrete raggiunto la vetta della montagna comincerete a salire. E quando la terra reclamerà le vostre membra, allora invero danzerete.

 

Letture: “Il profeta”, Kahlil  Gibran, Acquarelli, 1993

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L’altra riva

 

La pietra sigillata

 

Invece di cercare Dio nelle nuvole, nelle altezze dovremmo cercarlo nella pagina della cronaca umana dove si rinnova di continuo questa impotenza della giustizia, impotenza dell’amore.In  questa storia mi sembra emblematico  il sigillo posto nel sepolcro col permesso di Pilato. Per cui la presenza dell’amore, dell’innocenzadella dedizione al prossimo fu  cancella ta e formalmente sigillata la sua assenza.

E questo sigillo non si è mai spezzato, a rigore.

Siamo noi che nella fede proclamiamo la vittoria della pace e dell’amore. Ma guardate il mondo. In realtà la pietra ricopre la presenza del Dio amore e di ogni amore che voglia regolare la vita degli uomini: è sempre una presenza nascosta, velata.

Il mistero di Dio è  lì in questa presenza dell’amore, Dio è Auschwitz, dove non c’è,  la sua presenza è nell’amore sfracellato, conculcato.

Credere vuol dire credere che quell’amore non ha perso. Ecco il punto essenziale di questo messaggio. Ogni volta che voi avete l’occasione di percepire come di fronte all’uomo giusto l’ingiusto vince, come di fronte all’attesa di un povero affamato che stende la mano si distende la logica del potere, del quattrino, della polizia, voi vedete capita sempre questo.

Per i poveri non c’è giustizia.

Questa è la terribile conclusione che noi vediamo dopo tante proclamazione di giustizia e libertà che hanno costituito la pagina farisaica della nostra storia occidentale. Muoiono di fame gli  uomini, e noi siamo insensibili a questo. Oppure siamo sensibili ad occasioni stabilite, ma non siamo in grado di spezzare questa impotenza della giustizia.  Questa è la Passione del Signore che continua. Non è un racconto antico, è il nostro racconto. E se noi vogliamo accostarci a questo racconto, a questo vangelo che continua, con l’animo giusto, dobbiamo metterci in questione. La rivelazione di Dio da Gesù fatta, passa da questo vuoto, da questo silenzio.

Anche Dio lo abbandonò : “Dio mio perchè mi hai abbandonato?”.

Quindi è in questa assenza che io trovo le ragioni per superare la frangia malefica dei dubbi che ci imprigionano e per accettare questa onnipotenza dell’amore di Dio che è coperta dalla pietra sigillata. E chi ha fede spezza il sigillo. Occorre spezzare il sigillo.

 

 dai discorsi di Padre Ernesto Balducci

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L’altra riva

 

Suicidio di massa per la cometa

 

Una stella cometa, come quella che indirizzò i tre vecchi saggi d’Oriente alla capanna della vita, ha condotto trentanove smarriti ragazzi d’Occidente alla casa della morte. Si sono uccisi insieme  sdraiati a terra, proni, le mani lungo i fianchi come sull’attenti.  Hanno inghiottito manciate di sonniferi per addormentarsi guardando il cielo dove quella notte sarebbe apparsa nitidissima nel buio californiano, la cometa di Hale-Bop, e dove loro volevano salire per congiungersi alle astronavi di esseri superiori che navigano verso le porte del Paradiso, nascoste a 160 milioni di chilometri dietro la coda luminosa, invisibili ai nostri poveri occhi umani.

 (...)

Molte banalità e sciocchezze sono state e saranno dette e scritte sui culti satanici, sulle sette, magari sull’Internet e i computer che uccidono, come se i suicidi collettivi dei 900 fedeli del reverendo Jones in Guayana nel 1978, o dei 48 cultisti del Sole in Svizzera, avessero aspettato l’era dell’elettronica per immolarsi sugli altari delle loro paure.(...)

Non sono stati i vecchi o nuovi Satana delle nostre povere superstizioni medioevali o tecnologiche ad aver ucciso quei 39 ragazzi, ma il vuoto senza bussola di una gioventù che noi adulti abbiamo creato, viziato e poi abbandonato in una inutile abbondanza di cose e falsi profeti in carne ed ossa. Allo spreco di ricchezza, di consumi, di vite.

(...)Una gioventù perfettamente disperatamente californiana, nel culto vuoto della bellezza, della salute, della fitness. Splendidi rappresentanti di quella razza umana dalla quale i ragazzi sostenevano di essere ormai maturi per uscire, “laureati”, come dicevano loro,e pronti, quindi, a raggiungere il livello superiore, gli Ufo. (...)

 

Vittorio Zucconi, “la Repubblica” 28 marzo 1997.

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L’altra riva

 

Dei dolori o delle pene

 

(...)“Nel romanzo ‘Morte di un apicultore’, dell’autore svedese Gustafsson, il protagonista è condannato a morte da un cancro e scopre, come un prigioniero che

<< gli altri incominciano dalle passioni racchiuse nel mio corpo>>.

C’è una precisa ragione che rende simile la condizione di un condannato a lunga pena a quella di un malato di tumore. Il carcere ha come sola regola la sregolatezza nei tuoi confronti, la vetta della legalità è l’illegalità ecc. Socialmente parlando, il sistema penale ti si presenta perciò come un cancro, un insieme di cellule ‘impazzite’, una ‘escrescenza’.

In questo mondo fuori della legge riservato alle vittime della legge ‘le regole essenziali del gruppo esterno, -afferma Gonin - divenute derisorie, sono sostituite da costrizioni male accettate, poichè troppo concentrazionarie, che danno via libera a tutti i regolamenti di conti. E’ il coacervo di questi regolamenti di funzionamento e disciplina. globalmente rifiutati dai reclusi, che forma la ganga impermeabile, al riparo della quale si sviluppa l’escrescenza carceraria. La vita in prigione presenta tutti i sintomi che si attribuiscono al tumore canceroso e alle cellule che lo compongono’.

Il ‘tumore’ carcere, come in non pochi casi quello vero e propio, avendoci fatto scoprire gli altri in noi sotto forma di passioni, porta alla stessa inquietudine erotica del protagonista del romanzo di Gustafsson:

<< l’avvilente, costante memento che la solitudine è una condizione impossibile, che una cosa come un essere umano solo non può esistere. Che la parola ‘io’ è il vocabolo più assurdo della nostra lingua. Il punto vuoto del linguaggio.>>

(...) Il malato di cancro morirà o si salverà, magari sfidando la previsione dei medici. Qui però l’analogia fra malattia grave e carcere è già cessata. Il recluso non può guarire. Sfiderà la medicina non guarendo, qualunque cura gli si dia.(...)

 

Lettura da “Dei dolori o delle pene” di Vincenzo Guagliardo, detenuto politico Edizione che circola in fotocopia. 1997

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L’altra riva

 

Sali a nascere con me fratello

 

Dammi la mano dalla profonda

zona del tuo dolore disseminato.

Non tornerai dal fondo delle rocce.

Non tornerai dal tempo sotterraneo.

Non tornerà la tua voce indurita.

Non torneranno i tuoi occhi forati.

Guardami dal fondo della terra,

contadino, tessitore, pastore silenzioso:

domatore di guanacos tutelari:

muratore dell’impalcatura sfidata:

acquaiolo di  lacrime andine:

agricoltore tremante nel seme:

vasaio nella tua creta versato:

portate alla coppa di questa nuova vita

i vostri vecchi dolori sotterrati.

Mostratemi il vostro sangue e il vostro solco,

ditemi qui fui castigato,

perché il gioiello non brillò, o la terra

non consegnò in tempo la pietra o il grano:

indicatemi la pietra dove siete caduti

e il legno su cui vi crocifissero,

accendetemi le vecchie pietre focaie,

le vecchie lampade, le fruste incollate

attraverso i secoli alle piaghe

e le asce di splendore insanguinato.

Per la vostra bocca morta io vengo a parlare.

Attraverso la terra unite tutte

le silenziose labbra sparse

e dal fondo parlatemi per tutta questa lunga notte,

come se io fossi con voi ancorato,

ditemi tutto, catena per catena,

anello per anello, passo per passo,

affilate i coltelli che avete conservato,

posateli nel mio petto e nella mia mano,

come un fiume di fulmini gialli,come  come un fiume di tigri sotterrate,

e lasciatemi piangere, ore, giorni, anni,

età cieche, secoli stellari. 

 

Datemi il silenzio, l’acqua, la speranza. 

Datemi la lotta, il ferro, i vulcani. 

Aderitemi i corpi come calamite. 

Accorrete alle mie vene e alla mia bocca. 

Parlate con le mie parole e il mio sangue.

 

da “Altitudini di Macchu Picchu”

di Pablo Neruda

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L’altra riva

 

Non si muore per caso

 

(...) A livello sociale il fatto della morte è un po’ il modello di ogni destino che è imposto. Guardate attorno a cosa succede: ci sono le guerre, cambia il governo, succedono altri fatti; sembrano delle cose come la morte, che capitano così, pare che noi non c’entriamo per niente; un destino imposto, non voluto, estraneo, che io non controllo.

E’ molto simile a ciò che succede in un certo tipo di sistema sociale, dove le cose vengono presentate come estranee, non volute, come casuali.

Da questo punto di vista c’è chi ci sguazza in questa roba: la morte è eterna e, se è eterna, cosa vuoi cambiare? Se la morte è eterna, questo destino imposto, estraneo e casuale, sono eterni anche i rapporti sociali, le condizioni sociali in cui stiamo vivendo.

Il carattere costante e maestoso della morte è molto simile al fatto di considerare che le cose come stanno in genere sono molto ovvie: non si può cambiare.

C’è questa grossa somiglianza: si ha l’impressione che il potere giochi molto su questo dimenticare la morte, sul lasciar passare il carattere costante della morte.

Un buon contributo a questo modo di vedere lo ha dato anche la chiesa, quando su tutta questa morte che la società produce - la fame, la miseria, lo sfruttamento... - sovente ha fatto planare una specie di morte metafisica, che unisce la morte umana alla morte ineluttabile della natura. La chiesa, e non solo la chiesa, fa questo passaggio considerando tutte e due la stessa cosa.

Quella morte, che è oggetto di natura, viene comodamente unita, considerata la stessa cosa, come la morte da fame, da sfruttamento, da violenza, prodotta dal sistema sociale, da oppressione. Viene considerato tutto come una cosa sola. Questa è l’operazione ideologica di cui la chiesa ha una grande responsabilità e l’apparato sociale ha utilizzato questo molto bene. Non c’è nessuna distinzione tra la “morte” naturale e la “morte sociale”, cioè prodotta dai rapporti sociali: vengono unificate come se fossero la stessa cosa. Quindi facendo silenzio sulla morte, privando l’uomo della sua morte, della sua agonia, della sua condizione di morte, il sistema sociale distrugge l’uomo nel suo essere. Lo priva forse di una delle poche esperienze riflessive su una fase importante della vita (...).

 

Tratto da “L’uomo di oggi di fronte alla morte”, conversazione del ciclo “Una comunità cristiana riflette sul problema della morte”, maggio 1979, Comunità di S.Lazzaro.

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L’altra riva

 

Voci dal silenzio

 

In ‘Voci dal Silenzio’ di Louise Kaplan una madre perde la figlia adolescente, trasforma la sua camera in un museo di ricordi e parla con lei nel chiuso del suo dolore, un figlio tenta una tardiva riconciliazione col padre morto provando a realizzarne i desideri, un altro riversa su di sé la rabbia per “l’abbandono” patito...

Chiunque abbia subito la perdita di una persona cara, precipita nel cuore di secolari dilemmi filosofici e psicologici, e sperimenta su di sé quanto sia difficile procedere nella cosiddetta ‘elaborazione del lutto.

Infatti, al di là dei rituali del cordoglio - che esternano o nascondono il dolore a seconda delle usanze collettiva- e delle maschere di pudore e convenzione rivolte all’esterno, spesso si tende a ripristinare ad ogni costo il dialogo con la persona scomparsa. Un dialogo pietrificato nella rivisitazione di un ricordo infantile o di un rammarico mai risolto, nel desiderio di una carezza sospesa o nella nostalgia di uno sguardo che si crede di ritrovare in ogni volto. Un dialogo comunque sintomo del nostro essere sociale. La comunicazione con la madre è infatti un bisogno vitale del neonato fin dai suoi primi vagiti. Quasi tutti gli psicologi hanno così indagato ultimamente i complessi intrecci emotivi e cognitivi del dialogo fra madre e neonato, dimostrando ulteriormente l’importanza della ‘reciprocità’.

In questa chiave di sviluppo si pone anche il saggio di Luise Kaplan, che affronta il tema della perdita, e il tentativo di chi resta di “riscoprire i propri cari perduti ristabilendo e facendo rinascere i dialoghi troncati”. (...) Il punto di maggior interesse del suo saggio si riscontra negli esempi storici da cui quest’autrice trae le sue ‘Voci dal silenzio’ : il silenzio indicibile dei sopravvissuti dell’Olocausto e le ripercussioni sui loro figli. E l’urlo delle madri dei ‘desaparecidos’ argentini - che sfilavano in silenzio, il capo coperto dai pannolini bianchi dei loro figli scomparsi - trasformato poi in un grido di lotta capace di mettere in crisi il silenzio bieco degli aguzzini. (...)

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L’altra riva

 

Dire addio

 

Perchè ci leghiamo a così tante cose, dal momento che dovremo lasciare tutto, un giorno? Potremmo risparmiarci molte pene. perchè teniamo così accanitamente alla vita, dal momento che è assolutamente certo che moriamo?

La vita è un distacco.

Lo sappiamo. Ogni nuova conquista significa anche rinunciare a qualcos’altro. Ogni nascita significa, per la mamma, sacrificare parte della propria vita, della propria persona. Ogni volta che si fa una scelta, si lasciano perdere tutte le altre possibilità. Un giorno in più di esistenza, è un giorno in più verso la morte. La vita è un distacco. E il contrario? Non è ugualmente vero che distaccarsi è vivere?

In ogni istante della nostra esistenza, diciamo addio a qualcuno o a qualcosa. Sotto mille forme diverse. Sono tutte forme di sofferenza. Ma noi non amiamo la sofferenza, tendiamo a fuggirne. E a buon diritto, perchè siamo fatti per la felicità e per la gioia.

Cosa potremmo fare per addolcire la sofferenza dell’addio? La sofferenza di invecchiare, di vedere deperire le nostre forze; la sofferenza di perdere una persona cara: un bambino, una compagna di vita, un fratello o una sorella, un parente o un amico, una vicina di casa; la sofferenza per aver perso il lavoro o per avervi dovuto rinunciare, per un fallimento, per un colpo inferto alla propria reputazione, per tutte le occasioni mancate; la sofferenza per le tensioni e le ferite in ambito ecclesiale, per il venir meno di valori importanti o della fede, per i giovani che si mettono sulla cattiva strada; infine, la sofferenza per la nostra stessa morte, che si avvicina inesorabile.

 

Letture/ da :“Dire addio. Vivere nella fragilità”, Lettera pastorale, Card. G. Dannels, Pasqua 1995

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L’altra riva

 

Ascolto e  empatia

 

Il dolore è qualcosa che sta dentro di noi. Sotto la scorza. Tuttavia, vi sono degli indici esteriori. Si può anche intuire qualcosa. Ma non sono che sintomi. Il dolore che si prova all’atto di una perdita è un’esperienza interiore.  “Eh, se lei potesse guardarmi dentro!”, dicono più o meno quelli ai quali, a scopo consolatorio, si fa notare che hanno l’aria in forma e che hanno splendidamente reagito alla loro disgrazia.

Tale considerazione dovrebbe essere sufficiente a proteggerci dalla tentazione di parlare troppo presto. Questo tipo di consolazione spesso è solo un impacco sulla superficie della piaga, mentre si tralascia di intervenire contro il pus che l’infetta in profondità. “Comunque, aveva raggiunto una bella età.” - “Negli ultimi tempi, la sua esistenza era ridotta a malattie e sofferenze: per lui è stata una liberazione”. - “Non aveva figli: per fortuna non lascia nessuno dopo di sè”...

Parole come queste non portano nessuna consolazione: non guariscono il cuore, si accontentano di lisciare l’epidermide. La sola via possibile è ascoltare e cercare di vivere in empatia. dare al dolore il suo diritto di cittadinanza, riconoscerlo nella sua dignità, entrarvi e non fare deviazioni. Ascoltare equivale spesso a decifrare un rebus: si percepiscono alcune lettere e segni, e bisogna ricostruire l’intera frase. O ancora, è come quel quiz televisivo in cui ogni dieci secondi ti danno una lettera in più di una parola che tu devi scoprire. Se cerchi d’indovinare troppo presto, perdi tutte le possibilità. Così, la prima condizione per poter aiutare è quella di prendersi del tempo, di non giudicare o concludere prematuramente, di lasciare che il dolore si esprima. Perché non si deve fermare il pus.

 

Letture/ da :“Dire addio. Vivere nella fragilità”, Lettera pastorale, Card. G. Danneels, Pasqua 1995

 

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L’altra riva

 

Suicidio

 

Al giorno d’oggi, per fortuna, si sta sempre più vicini ai congiunti delle persone che si suicidano.Non molto tempo fa , le case e i luoghi dove uno si era dato la morte costituivano l’oggetto di un rifiuto collettivo. L’opinione pubblica, la predicazione e la catechesi cercavano di porre un freno a questo modo nefando di morire attraverso l’intimidazione. Nei cimiteri c’era un angolo di “terra non benedetta” riservato ai bambini non battezzati e ai suicidi. Erano come segnali sulla fronte, alla maniera di Caino.

C’è stata in merito una grande evoluzione.

Come aiutare i congiunti di una persona che ha posto fine ai suoi giorni?

Talvolta si cerca di consolarli accanendosi nella ricerca delle cause dell’atto: una spiegazione a scopo consolatorio.

Le persone tentate dal suicidio vivono spesso in una bolla di sapone: si isolano. Non li colpisce più niente, anche se vedono e sentono tutto.  I loro parenti hanno colto in effetti qualche segnale. Ma si tranquillizzano ricorrendo alla saggezza popolare, che dice che chi ne parla molto non lo fa. Del resto si sentono impotenti  e ripetono : “Purché non ci tocchi anche questo!”.Oppure si consolano pensando che il medico o lo psichiatra sono persone competenti: ne hanno cura loro, noi da soli ne siamo del tutto incapaci.

E i congiunti dopo che è successo?

Ci sono dei gruppi di aiuto reciproco piuttosto buoni dove ci si può esprimere liberamente.Ricordare i precedenti, attenuare i sensi di colpa, superare lo sfinimento. In questi gruppi si impara a ridare senso all’esistenza.

La principale pietra d’inciampo nei casi di suicidio è la ricerca del perché. Vorremmo sapere in seguito a che cosa si è arrivati a quel punto. La causa è in lui o in lei, in noi, nella situazione di quel momento, nel passato? Questo desiderio è legato alla nostra profonda convinzione che riuscire a spiegare una situazione significa averne il controllo.(...)

 

“Dire addio. Vivere nella fragilità”. Lettera pastorale, Card. G. Danneels, Pasqua 1995

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L’altra riva

 

C’era una volta un re / seduto sul sofà / che disse alla sua serva / raccontami una storia / la storia cominciò / c’era una volta un re / seduto sul sofà / che disse alla sua serva / raccontami una storia / la storia cominciò ... e ricominciò

 

Io sono sieropositiva.

 

Scrivo , affinché la mia dichiarazione sia ineluttabile. L’ho deciso il giorno in cui sono diventata grande e ho capito che posso fare quello che voglio anziché quello che posso.

Lo dichiaro per rivendicare il diritto, il mio posto nel mondo: non voglio essere complice di un processo di disumanizzazione che si compie a partire dalla paura. A me e al mio virus spetta uno spazio che nessuno, neanche io, deve togliere. Voglio provare ad essere solidale con me stessa: facile schierarsi al fianco dei negletti senza condividerne la condizione. Il prezzo di questa dichiarazione sarà altissimo, ma molto più alto sarebbe quello che pagherei se tacessi.

Preferisco morire di Aids che di paura.

E’ a partire dall’esempio del mio indomito virus , che scrivo.

C’è qualcosa che spetta in sorte a ciascuno di noi, e non la sorte possiamo cambiare, bensì la nostra interpretazione degli eventi. Io per me decido di camminare a testa alta per il mondo, fiera di quello che fu e fiduciosa di quello che sarà, perché nelle mie azioni mi voglio riconoscere.

Alziamo la testa, noi vinti dalla sorte: la peste del secolo non si chiama Aids, si chiama paura.

Io non sarò tra gli appestati.”

“Io sono sieropositiva”, di  Carla Angius

- Copie del libro sono disponibili presso l’associazione A.S.P.Rc. Vo.S.O.S. , via Corelli 27 Cagliari - tel. 070/488094

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Il lutto, la giustizia, la conoscenza

 

La storia del movimento operaio e della sinistra è una storia di conflitti e di rischi; è stata accompagnata in tutte le sue fasi dalla repressione dura, anche sanguinosa, da parte di milizie private ma più spesso ancora da parte dell’organizzazione militare dello Stato; così come ha generato a più riprese al suo interno o ai suoi margini centri di azione violenta, animati da progetti rivoluzionari, o dalla pura e semplice disperazione, dalla fine di ogni fiducia in una vittoria pacifica.

Fin dalle origini del socialismo, quindi, la sinistra ha dato grande spazio, nei suoi riti e nelle sue tradizioni, al cordoglio e alla celebrazione dei propri martiri. Così, la strage detta di “Peterloo” (nome tratto per imitazione da Waterloo) segna, subito dopo la fine delle guerre napoleoniche la nascita del movimento operaio inglese e costituisce da allora uno dei suoi più sacri ricordi; così, per la sinistra italiana i cannoni di Bava Beccaris e i morti di Milano del 1898 sono rimasti indimenticati.

In questa tradizione del cordoglio pubblico sta del resto uno degli elementi che maggiormente hanno legato, da sempre, la sinistra alla tradizione religiosa cristiana, che ha anch’essa fortemente radicato al proprio centro il culto dei martiri.(...)

Non è un caso che una parte consistente degli archivi filmici della sinistra italiana sia costituita da documenti, come quelli presenti in questa antologia, che hanno per tema centrale proprio la morte di militanti, e gente comune, e il lutto.(...) Nel celebrare i suoi morti- un tempo-  il movimento operaio, anche nelle sue ali più riformiste e legalitarie, non chiedeva nulla a una giustizia di Stato che si riteneva comunque orientata dalla classe dominante; cercava piuttosto una conferma della propria identità da tramandare(...)

 

Dalla presentazione di Peppino Ortoleva del  documentario “Tre donne in nero” a cura di  Paolo Pietrangeli - diffuso da l’Unità -1997

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Morire non è poi così brutto

- il pensiero di alcuni anziani di fronte alla morte

 

Argomento sgradito la morte? Non sempre e non per tutti gli anziani è così. “Ovvio che non la ricerco - dice Ernesto A. , 78 anni - ma quando vedo che la mia famiglia è a posto, i figli mi portano rispetto e tra loro c’è armonia, m’affiorano spesso alle labbra le parole del vecchio Simeone ‘ Ora o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, perchè i miei occhi hanno visto la tua salvezza’”.

A spaventare è invece la malattia, l’ospedale, l’estenuante terapia dei medici che ti prolungano la vita di settimane o mesi senza però essere risolutive di alcunchè. Di fronte a questa situazione due le soluzioni invocate.

La prima richiama l’eutanasia espressa in forme più o meno brutali. “Preferirei buttarmi sotto un treno piuttosto di soffrire per mesi e mesi senza alcuna prospettiva di guarigione” dice Giacarlo B. , 67 anni.

Altri parlano di eutanasia più ‘soft’, comunque da molti non si vedrebbe poi così male la possibilità di poter scegliere una morte rapida nel caso in cui ci si trovi in uno stadio terminale ed irreversibile.

Posizione diversa, per chi è credente, che sprime maggiore disposizione ad accettare la malattia, così come viene dalle mani di Dio. Esprimono però il desiderio e la speranza di morire in casa e non in un’asettica e fredda corsia d’ospedale “Ho già detto e ho ripetuto più volte a mia figlia che se vengo colpito da u n ictus, o da qualche altra grave diavoleria, non si precipiti a scaricarmi in un’ospedale; io voglio morire nel mio letto e senza troppi tubi e tubicini che ti sconnettono del tutto in un momento così importante come l’andarsene da questo mondo”, s’esprime così Eugenio, un simpatico arzillo vecchietto di 87 anni (...)

 

da un articolo su L’Eco del Chisone , 13 febbario 97- Inchiesta sugli anziani

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Un missile per carro funebre

L’ultima frontiera della morte

 

Per qualche tempo, da un minimo garantito di 18 mesi a un massimo di dieci anni, vagheranno in orbita prima di ricadere sulla terra e bruciare in un’ultima fiammata al rientro nell’atmosfera. Nella lunga storia dei riti funebri e dei complicati esorcismi umani davanti all’ultimo addio questo è il primo funerale nello spazio. Di tutti i 24 astronauti di cenere ( in due tubetti grandi come un rossetto per labbra) che da ieri ci orbitano sulla testa soltanto Tim Leary, l’apostolo dell’LSD aveva espresso il desiderio esplicito di essere sepolto nello spazio.

Il loro becchino siderale è una società di Houston, la città del comando NASA per le missioni spaziali dei vivi, che si è data l’appropriato nome di “Celestis”.

La “Celestis” ha una lista d’attesa di 300 candidati al funerale spaziale e i becchini a razzo promettono lunghe attese.Ora non si sa bene se  sorridere o se piangere, se compatire o invidiare, davanti a questo sfoggio di tecnologia inutile , a questo spreco di denaro.

Nell’America, sopratutto, che tratta la morte come un insopportabile e inopportuna interruzione del ‘sogno americano’, le spese per funerali, cimitari, tombe, riti sono gigantesche, pari allo 0,2 per cento del prodotto interno lordo ( nel 1993 tremila e cinquecento miliardi di lire).

In California già si pratica il congelamento a bassissime temperature di facoltosi estinti che sperano di essere scongelati e riportati in vita quando saranno trovate cure per il male che li ha uccisi.

Vedremo tra non molto cimiterini sulla Luna, tumuli su Marte, tombini orbitanti, come oggi qualcuno prevede?

 

da un articolo di Vittorio Zucconi su Repubblica del 22 aprile 1997

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Un punto di vista

 

Torino è la città con la più alta percentuale di cremazioni. Ogni anno Torino registra circa 11.800  decessi, i cui funerali si concludono per il 39% fuori del Comune di Torino. Dei defunti residenti a Torino o aventi diritto alla sepoltura nella città, le cui spoglie restano nei cimiteri cittadini, la scelta nel 1995 , è stata :

- il 33% sepoltura in terra

- il 46% tumulazione in loculi

- il 21 % cremazione.

Queste percentuali rispecchiano l’orientamento della popolazione di una grande città industriale in relazione alla presenza storica di una Società per la Cremazione che ha saputo resistere a tutte le discriminazioni del passato. La percentuale media delle cremazioni sui decessi in Italia è del 2,5%. Nel 1995 le cremazioni effettuate dalla SOCREM di Torino corrispondono al 14% delle cremazioni avvenute nell’intero territorio nazionale.

Sono 22.000 i soci della Socrem.

 

La Società per la Cremazione di Torino per statuto deve promuovere e partecipare ad iniziative culturali affini alla cremazione - sviluppate attraverso tre settori: il Centro Studi Ariodante Fabbretti, la rivista “Confini” e l’Istituto Cultura e Società ‘Luigi Pagliani’.

 

Dal sommario del periodico ‘Confini’- settembre 1996 - ricaviamo questi titoli:

La Morte? E’ incurabile (Società) di Carlo Grande - E’invisibile, fa paura (Psicologia) di Aldo Carotenuto - La morte, compagna impresentabile (Costume) di Paolo Guzzanti - Così si spegne l’uomo macchina (Società) Ferdinando Camon - Uno scheletro di celluloide (Cinema) di Lietta Tornabuoni - Ballando con l’Aids (Danza) di Sergio Trombetta - Le strip della signora in nero (Fumetti) di Guido Tiberga- Quando la fine si mette in posa (Fotografia) di Marcella Filippa - Sono sepolto nel tuo computer (Informatica) di Pino Corrias - Con l’ultimo suono (Musica) di Sandro Cappelletto - Estinguersi. Che male c’è? (Ecologia) di Lino Sacchi - “Se chiudo gli occchi, la vedo” (Teatro) di Gabriele Romagnoli - Sempre insieme (Racconto) di Igor Man. E inoltre Recensioni e Lettere.

 

Il quadrimestrale ‘Confini’ monotematico ma non monotono, come si vede . direttore Silvano Costanzo, si può avere in abbonamento .

Inviare £.10.000 sul c.c.p. 32240103

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L’altra riva

 

Congedo

 

Parole dell’Ecclesiaste, figliuolo di Davide, re di Gerusalemme.

Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste (...)

Per tutto v’è il suo tempo, v’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo:

un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per svellere ciò ch’è piantato; un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; un tempo per gettare via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracciamenti; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttare via; un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace. (...)

 

Qoélet 1,1-2 ; 3, 1-8