C'era una volta l'Indesit ( di obr)

La storia dell'Indesit potrebbe essere concentrata in una battuta: "privatizzazione degli utili socializzazione delle perdite", Una battuta non è solo schematica, ma non spiega perché è sempre Pantalone a pagare, anche quando si ritiene fortunato (vedi alla voce cassadisintegrato).

L'Indesit costruisce le sue fortune in tempi lontani, come le altre aziende del settore, con una politica di bassi salari che consentono l'esportazione massiccia sia nei paesi europei che extra europei. Di questa fase si dirà poi che il prodotto italiano "sfonda" nel mondo per il design "italiano"…

Certamente gli elettrodomestici italici non sono orribili, sono decentemente affidabili e soprattutto costano molto meno di quelli dei concorrenti locali.

Mediamente i produttori di elettrodomestici italiani esportano il 50% della produzione, L'Indesit raggiunge addirittura il 70%.

I salari sono bassi per un bel po' di tempo, incominceranno a diventare un tantino meno miserabili solo nel '62. Gli operai incominciano a rialzare la testa, non perché improvvisamente si siano svegliati, ma semplicemente perché la produzione "tira" e servono nuovi lavoratori.

Anche alla Fiat cominciano ad essere assunti operai che qualche tempo prima erano ritenuti inaffidabili (leggi rossi). La rarefazione di manodopera, non la bontà del padrone, fa sì che i salari non siano più da fame. )per fare un esempio il salario di un operaio comune è stato per lungo tempo intorno al 35% di quello del suo omologo Fiat, insomma roba tipo vu cumprà.

Negli anni '60 , gli elettrodomestici del cosiddetto settore bianco si avviano ad una rapida maturazione tecnologica, in altre parole: le innovazioni riguardano la facciata, non la sostanza.

Per aumentare i profitti si può solo razionalizzare sia il prodotto che la produzione, ad onor del vero nessuna delle aziende del settore percorrerà questa strada perché in contemporanea si distribuiscono contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati tramite la cassa del mezzogiorno.

Sui soldi della cassa destinati allo sviluppo del Sud e dispersi al Nord si potrebbero fare pensierini divertenti..

Uno dei difetti, o dei pregi, è questione di punti di vista, dei finanziamenti della cassa del mezzogiorno è che l'entità è legata al numero dei nuovi posti di lavoro che il richiedente afferma di "creare" (naturalmente sulla carta, senza dover rendere conto della eventuale 'sparizione' di posti di lavoro da un'altra parte).

Questo modo di concedere i finanziamenti ha consentito ogni sorta di intrallazzi, non si ha notizia che siano stati restituiti i prestiti e quando tutto è andato bene i posti di lavoro reali erano metà di quelli promessi, ma in compenso le attività installate erano doppioni o trasferimenti dal nord ritardando ristrutturazioni e razionalizzazioni.

Ancora nel '77, quando gli altri produttori tirano i remi in barca, l'Indesit programma un ampliamento degli impianti da lasciare esterrefatti: gli occupati dovrebbero passare da 8000 a ben 12.000 nell'arco di cinque anni; a chi fa osservare che la cosa sembra un poi fantastica, l'amministratore delegato ribatte che lui conosce il suo mestiere, mentre molti lavoratori dicono di essere fortunati ad avere a che fare con un padrone così buono da assumere personale mentre la concorrenza tenta di alleggerire il libro paga. Le parole "esubero" ed "esuberanti" diverranno di moda solo qualche anno dopo.

Che i posti di lavoro siano solo sulla carta e gli investimenti siano fatti con i soldi della "collettività" lo si "scoprirà" solo in seguito. Infatti nell'80 scoppia la bomba.

 

La bomba è veramente grossa e scava un buco di miliardi (non si capirà quanti siano quelli inghiottiti),

Il boss ha giocato bene le sue carte. Sembra proprio un fulmine a ciel sereno. L'anno precedente l'Indesit ha chiuso il bilancio in attivo, dal che si può dedurre che cosa valgono i bilanci…; qualche sintomo veramente c'era: alcuni stabilimenti erano in catalessi ( per esempio i componenti elettronici al nord e i piccoli elettrodomestici al sud), altri con il fiatone (TV e lavastoviglie).

La sorpresa è tale che basta un esempio: poco prima che lo stabilimento TV si fermasse un produttore inglese di componenti strigliava il rappresentante italiano perché non era riuscito ad entrare come fornitore dell'Indesit…

Incomincia un bel casino. Il boss continua ad imperversare con i suoi giochetti attraverso le consociate straniere. Se ne vedranno di tutti i colori.

Si incomincia la solita trafila. Esercizio provvisorio, amministrazione controllata, ritorno del boss ( ma era mai andato via? Cioè le cose andavano secondo gli interessi del boss o no?).

Altro patatrac, quindi amministrazione straordinaria (legge Prodi), nel frattempo ristrutturazione, smantellamento di alcuni settori (si inizia da quelli aperti solo sulla carta) cessione del TV alla REL, scorpori, holding, acquisizione di impianti per venderli in Cina.

Una vera girandola pirotecnica.

Intanto tifo del sindacato e della maggioranza dei dipendenti per i "salvatori " di turno, tifo per il boss: "se ci fosse ancora lui…".

Eppure il boss l'aveva detto: io sono un imprenditore e gli imprenditori sono ovviamente alla ricerca del massimo profitto…

Ma i tifosi ci sono sempre, hanno soprattutto "fede". Hanno fede anche coloro che fanno il tifo per la salvezza dell'Indesit. Il ritornello è : "speriamo che l'Indesit si salvi"…

L'Indesit si deve salvare da cosa, dalla serie "B"? L'Indesit come marchio è appetibile quindi si salverà, nel senso che continueranno a circolare elettrodomestici di nome Indesit.

Molto meno si salveranno i cassadisintegrati. Intanto passano 8 anni, l'iter di tutte le possibilità di legge è concluso.

Da tempo si cercava un acquirente per la baracca. Un paio si fanno avanti, il Marchio è appetitoso ( sia chiaro che è l'unico patrimonio reale, il resto interessa molto di meno…).

I due papabili si chiamano De Longhi l'uno, Merloni (Ariston) l'altro.

Parte il tifo per Merloni "è un imprenditore serio"… De Longhi è solo un artigiano.

Ingenuità di tifosi, oppure, visto che probabilmente vincerà Merloni, tanto vale schierarsi dalla parte del nuovo boss e dire che De Longhi non vale una cicca.

Merloni è senz'altro il più forte. Se non altro perché ha una lunga tradizione di frequenza al "palazzo". Però è anche più 'intrattabile'.

Non ha bisogno di nuove alleanze per ottenere denaro dallo stato, per ora gli bastano quelle che ha, nel caso ce ne fosse bisogno per mungere gli sono sufficienti i "quattro gatti" che ha preso in "carico".

 

Ai 4000 cassadisintegrati "esuberanti" servirà qualche santo in paradiso, se vogliono raccogliere le briciole.

Di questi tempi pare che i santi si siano resi poco disponibili, ai disintegrati Indesit serviranno notevoli sforzi 'liturgici' se vorranno raccogliere qualcosa che non siano micraginose briciole elargite quasi a mo' di elemosina ( leggasi prolungamento della CIG di qualche mensilità con effetto retroattivo…).

Di posti di lavoro e di dignità meglio non parlarne, oggi si direbbe che questi discorsi sono fuori moda addirittura osceni.

Certamente nelle sacche di cassaintegrazione è possibile pescare aspiranti lavoratori in nero, questi sono doppiamente utili: da un lato si rendono disponibili a "contenere il costo del lavoro in limiti accettabili", in seconda battuta ( un po' per celia e un po' per non morire) e raccontando di guadagni favolosi e per lo più immaginari renderanno insopportabili sti cassadisintegrati nello stesso tempo in cui i 'santi' possono fare i 'difficili'.

Ovviamente, sia la cassa, sia il disagio provocato da questa disoccupazione mascherata, hanno un costo non indifferente per la cosiddetta collettività, ma non si deve credere che il salvataggio di pochi posti di lavoro confluiti nella nuova gestione sia un buon affare..

Merloni si è accollato il marchio con contorno di agevolazioni, finanziamenti, eccetera. In cambio ha garantito l'occupazione per 2 anni due (leggasi DUE).

Traduzione, per due anni tiro a campare, magari con un po' di CIG, tanto per gradire, poi qualche trovata ve la presenterò a tempo debito unicamente per non guastare il gusto della sorpresa. Provare per credere, sono proprio un imprenditore serio!

 

un articolo di Cronache del Pinerolese - 1985-20 settembre