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"Niente di nuovo sotto il sole" a cura di Piero Baral- ed.Pon Sin Mor - Torino- 2003- 16 euro -esaurito SCARICA il testo in pdf di 'niente di nuovo sotto il sole' - 1.6 mega con l'autorizzazione dell'editore - link
Dopo il licenziamento dei 61 la direzione Fiat fece il blocco delle assunzioni, l'attacco all'assenteismo e si dedicò ai grandi numeri nel 1980. Quella che viene definita la tappa
decisiva nella grande fabbrica della “sconfitta operaia” era stata sancita a
livello di massa con il ‘referendum’ della marcia dei 20.000 capi, quadri,
impiegati... (definiti i ‘ 40mila’). Chi mette in
evidenza questo passaggio, sovente non ammette quanto a lungo fosse stato
preparato nell’opinione pubblica, nei quadri e con adeguati investimenti che
cambiavano progressivamente faccia all’officina. Questi
cambiamenti erano stati sovente ‘sollecitati’ dalla sinistra
‘riformista’ che aspettava di poter accedere al comando tecnico della
fabbrica, dopo aver ricevuto la delega nelle amministrazioni locali. Il nuovo
operaio che sarebbe venuto fuori dalla ristrutturazione, sedato, ricattato e in
parte rimotivato coi ‘circoli di qualità’ e nuove mansioni, stava meglio
dentro la visione parziale del sindacato che da anni si batteva sul recupero e
la valorizzazione della ‘professionalità’. Poi arrivarono il contratto di formazione lavoro e tutte le decine di lavoro precario giunte fino ad oggi... avviso: in questa pagina i video o audio evidenziati in giallo sono in streaming, quelli in verde ritardano un po' perchè partono dopo lo scaricamento
intervista con l'Avvocato- Lucio Dalla - 1976 videoyoutube Il punto d’inizio della narrazione è dato dal 9 ottobre del 1979, quando le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat la lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti:
volantino per il licenziamento
video - Piero Baral
video youtube - l'automobile
Alcune note a margine del libro sui
61 **** Questo libro è nato su spinta di un compagno, novello editore politico, che visti dei miei scritti mi ha proposto di farne un libro. Gli scritti pubblicati risalgono o al 1979 o al 1985, quando avevo riordinato le idee dopo un lungo periodo di inattività politica. Nel libro sono finiti tali e quali, con documentazione dell’epoca e altri testi che mi sembravano utili per coprire alcuni dei temi da me toccati molto in breve. Mancavano approfondimenti sulla lotta armata, le posizioni del sindacato e del Pci, quelle delle frazioni della sinistra presenti in Fiat. In parte le testimonianze di alcuni dei 61 riportate in fondo al libro, toccano questi temi. Altre componenti pur sollecitate non hanno collaborato. Ma la fretta di completare il libro ha certo limitato l’approfondimento. IL materiale raccolto in questa pagina può servire a una maggiore informazione. *** La
mia formazione politica vera cominciò all’inizio
degli anni Settanta all’Indesit-
al circolo operaio di None (TO),imparammo
a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce
dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva
soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Sotto la guida di
Orso , uscito dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole
di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei
giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi
extraparlamentari di allora e del PCI. Si
possono riassumere come segue: -
no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello
alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai
dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base
elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese
della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e
per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e
iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia;
no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere
i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una
cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro,
come pure che gridare al
‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere
automaticamente disponibili a organizzarsi e
lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la
nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper
alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare
dalla produzione. Impariamo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale.(Anni 1972-74) Nel 1979 ero da tre anni a Rivalta.In Fiat questo mio retroterra era ormai sommerso e io stavo perdendo lucidità e freddezza, isolato e prossimo all'esaurimento. (Lo stabilimento Fiat Rivalta
nasce nell'anno 1968 nel territori di Rivalta di Torino a circa 15 chilometri
da Torino e dallo stabilimento Fiat di Mirafiori. Pur essendo posizionato nel
territorio di Rivalta, lo stabilimento è più vicino alla città di Piossasco
dalla quale dista poco più di 2 chilometri. (pb)
LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (1)Testimonianza di Giovanni Novaretti (nato nel marzo 1900) raccolta da Gianni Gili nel 1975, nel Centro MultiMedia della Camera del Lavoro di Torino LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (2)LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (3)LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (4) LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (5)
torino 2000 Nella sua impostazione politica la Fiat ha sempre teso a dimostrare un collegamento tra violenza operaia, militanti rivoluzionari e terrorismo. La violenza nei cortei interni ed ai picchetti è stata una componente innegabile nell’esplosione delle lotte degli operai Fiat nei primi anni ‘70. capitolo 'Terrorismo e fabbriche' da 'gli anni del terrorismo'- di Giorgio Bocca - pdf CISCO-O CARA MOGLIE videoyoutube alcuni documenti: Romiti, Gazzetta del Popolo, Flm, Collettivi articolo di Giorgio Bocca su Repubblica del 13.10.79-pdf Estratti del libro 'Niente di nuvo sotto il sole' Recensioni: Dellacqua / Antoniello1/ Antoniello2 audio trasmissione su Niente di nuovo sotto il sole - Radio Beckwith - Torre Pellice (2003) audio trasmissione su Niente di nuovo sotto il sole - Radio Blackout-Torino
dopo il licenziamento dei 61 - Vittorio Morero _Eco del Chisone
video- tenda digiuno Rivalta
video Ines Arciuolo
video storia di Ines
video un capo
video Caforio
video 40mila
c'era una volta la Fiat- Revello ii youtube video Salerno/Arisio video Ferrara Angelo Caforio su radio radicale 18.10.79 audio La Fiat licenzia 61 dipendenti- radio radicale - Marco Boato - audio dibattito- radio radicale 26 ottobre 1979 - audio Pansa,Caforio,Del Turco,Notarianni,Veronese,Annibaldi,Assemblea a Pinerolo sui 61- 1979 - pdf link interpellanze alla Camera 18.10.79 - audio radio radicale il teatro sugli anni di piombo -link
http://archiviostorico.corriere.it/2000/ottobre/13/Ferrara_nel_tra_Fiat_Pci_co_0_0010134237.shtml Tra fabbrica e società: mondi operai nell'Italia del Novecento - Risultati da Google Libri
di Stefano Musso - 1997 - Labor - 798 pagine Cacciai dalla Fiat 61 operai ora dico alla Cgil: occhi aperti ...TORINO - Nel 1979 Carlo Callieri era capo del personale di Fiat auto. Fui lui, insieme ai vertici dell' azienda, a stilare Callieri, la liberta' secondo un manager"Persino per Lama i 61 licenziamenti furono una storia rivelatrice. ... lui un anno dopo mi richiamo'
Con quel licenziamento la Fiat intercettava una comprensibile voglia trasversale di normalizzazione, assecondando l'inclinazione dell'opinione pubblica moderata a "fare di ogni erba un fascio", stabilendo un nesso di causalità tra la fisiologia del conflitto sociale nei paesi industrializzati e la patologia della sua degenerazione nel terrorismo vero e proprio. "Gli spari delle br", scriverà Marco Revelli, "non ruppero il silenzio operaio. Contribuirono a renderlo più pesante", come se la conflittualità sindacale - quella che storicamente ha funzionato da fattore di accelerazione del progresso - fosse trattenuta dal timore di essere fraintesa e criminalizzata ricordo di Braghin- operaio 'speciale' - uno dei 61 Processo al sindacato - Giorgio Ghezzi- pdf - 3,6mega- link Giorgio Ghezzi-processo al sindacato link lotte selvagge nel 69- Giochetti pdf - Rassegna sindacale 1979 Saluteremo il signor padrone videoyoutube cronaca dei 37 giorni del 1980 Fiat La cronologia è tratta dal libro "Con Marx alle porte" a cura delle Nuove Edizioni Internazionali LAVORARE IN FIAT- Marco Revelli -Capitolo 6 AUTUNNO '80: I 35 giorni...cap.5 'Passato Prossimo'- Fiat 1980- pdf Pierre Carniti video- la classe operaia dal dopoguerra ad oggi Cremaschi- lotte operaie fino al 1980-pdf dal 77 all'80- link Archivio storico della muova sinistra In genere i lavori erano ripetitivi e noiosi, talmente stupidi che era necessario difendersi datanta stupidità. Racconta Adelina assunta nel 1979 ( una dei 61 licenziati nello stesso anno): "..il lavoro ho cercato di viverlo in modo manuale, nel senso che non doveva assolutamente prendermi a livello di testa. Cercavo di leggere il più possibile tra una macchina e l'altra, si parlava, si vedeva altra gente che magari mi veniva a trovare da altre squadre. Non volevo farmi assorbire totalmente otto ore da questo lavoro, perché mi rendevo conto che queste otto ore si mangiavano a poco a poco la mia vita". FIAT '98-2006 articoli di Renato Strumia da U.N. pdf Lottare alla Fiat - Renzacci - pdf La Ballata della Fiat videoyoutube risultati del 1969 -pdf Storia della Fiat dal 1969 al 1989 -Lavorare in Fiat Marco Revelli Autunno 69: si ribellano gli operai, nascono i consigli - registrazione del convegno del 21.11.09- Torino ascolta Fiat 1980 immagini e documenti di una lotta operaia /a Fiat 1980 - /b- mp3 immagini dei picchetti C.Minoli
La
marcia dei quarantamila video repubblica
Nel docufilm di Paolo Griseri e Fabio Tonacci video inediti e nuove rivelazioni sui retroscena della marcia, interviste a Cesare Romiti (al tempo a.d. Fiat), Salvatore Tropea (la Repubblica), Piero Fassino (dirigente Pci), Giorgio Benvenuto (segretario Uil), Carlo Callieri (direttore personale Fiat) e Mario Vigna (capo Fiat)
storia del coordinamento cassintegrati Fiat - raffaello renzacci pdf 3,2Mb
LEGGE 30 Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”! (S.BOLOGNA) la destra sociale_caldiron_introduzione pdf la classe operaia va in paradiso- spezzone video aprile 2000- Fiat Rivalta- LA FABBRICA TERZIARIZZATA- Mimmo Garetti Vittorio Rieser Luigi Sartirano se non li conoscete.... fausto amodei videoyoutube vent'anni dopo- estratto da 'Restaurazione italiana' - di Polo e Sabattini - pdf Automobili, crisi e scontro alla FIAT- Halevisergio bologna Uscire dal vicolo cieco. Indizi di coalizione nel lavoro postfordista come ho licenziato la Fiat- Pietro Perotti la paga dei padroni - il caso Fiat - Youtube video archivio Materiali sparsi sulla FIAT -link Precarietà della politica- Loris Campetti - 21 ott.2009 doc L'internazionale di Franco Fortini video youtube Trasmissione Rbe sui licenziamenti del 1979 e sul dopo - audio 11.12.09
altri video http://www.youtube.com/results?search_query=melfi+fiat&search_type=&aq=f valorizziamo la lotta di Melfi- dossier IL
DOCUFILM su Pomigliano Video
Fiat-Volkswagen: vita da operaio
2012
video 'sciopero'- Russia 1925- Sergej M Ejzenstein
325 Mb Russia 1912. Un operaio, accusato ingiustamente di furto da un caporeparto, s'impicca. Per protesta i suoi compagni scioperano. I padroni assoldano spie, accattoni, provocatori per incastrarli. La polizia li massacra, con le loro famiglie. Primo lungometraggio di S.M. Ejzenstejn. Basato su due principi (le masse come protagoniste; rinuncia alla tradizionale trama narrativa), è, visto oggi, un affascinante film sperimentale di laboratorio, un brogliaccio più che un'opera compiuta e organica, ricco di metafore ora folgoranti per forza plastica, ora intellettualistiche e persino ingenue. Ma attraverso la sua frammentarietà s'intravede una struttura - musicale più che narrativa - in 3 tempi. Anni dopo Ejzenstejn riconobbe - spontaneamente? - che l'opera era affetta dalla malattia infantile dell'estremismo. Ines Arciuolo: "Di fronte al gravissimo avvenimento, il sindacato e la sinistra ufficiale osservarono un atteggiamento schizofrenico: la Flm organizzò scioperi e assemblee; il Pci, i cui quadri avevano partecipato a stilare la lista dei “violenti” da far fuori, invitato da Romiti a osservare «un atteggiamento responsabile», si defilò.La risposta dei lavoratori fu contraddittoria: gli scioperi di solidarietà riuscirono solo in alcune sezioni, ma molti operai rabbiosi denunciarono l’atteggiamento ambiguo di alcuni delegati. «Sono passati nelle squadre a dirci di non fare sciopero perché la situazione è pericolosa» mi raccontò, affranta, un’operaia della mia squadra. Nell’autunno 2000, in occasione delle celebrazioni per ilventennale, non sarà più un mistero per nessuno che i dirigenti del Pci e alcuni delegati dello stesso partito avevano partecipato alla scelta dei nomi degli “elementi” da allontanare."Ines Arciuolo faceva parte dei 61, ha scritto un libro autobiografico da cui è tratto: alla Fiat - pdf -estratto da 'A casa non ci torno'- Ines Arciuolo- Stampa Alternativa 2007 dibattito -sul libro di Ines- festa del PRC-Torino- mp3 audio
RECENSIONE di Rieser- pdf 2007- www.nuovasocieta.it recensione su il manifesto dic-2007 RECENSIONE di Flecchia - pdf 2007 - l'avanti
nella foto: Fiat 1980-33° giorno Una storia d'amore per
raccontare la più irrisolta e più rimossa tra le vicende del movimento
operaio del '900 italiano. Quei 35 giorni di lotta alla Fiat che dividono e
danno ancor oggi fastidio. Ambientarci un film è già di per sé un atto di
coraggio. Così la prima cosa da chiedere a Wilma Labate, la regista di
Signorinaeffe, è persino scontata. signorina effe - film sul 1980/recensioni 2008- link signorina effe - video 124Mb signorina effe intervista http://lpp.opencontent.it/blog/?p=548 audio audio 'Vent'anni nel 68'-terzo anello - Wilma Labate Signorinaeffe - (video con regista1 ) -2008 Signorinaeffe- (video con regista 2) -2008 Intervista a Gianni Agnelli - Mixer - Parte 1/3 e seguenti video -1984 Migliaia di morti e feriti sulle strade (ogni anno: 9000 morti in Italia, più di 50000 morti negli USA, più di un milione nel mondo; 40 milioni di morti dall'invenzione dell'auto a oggi). Insomma ne uccidono ormai più auto e moto che le guerre. Ma i danni all'ambiente, lo spreco di energia del sistema di trasporto individuale sono un secondo problema enorme.
un precursore Usa : Ralph Nader Auto:la strage quotidiana - link la città in cammino verso lo sviluppo sostenibile- ascolta- link incidenti stradali Ialia 2008 - video youtube
La cinquecento- Guido Viale (carta.org)-pdf lettura video: 'l'auto'- da n+1 auto-discussione- pdf Italiani e auto - il corriere 22.9.07 - pdf evitare il traffico inutile- link n+1
Conoscete Karl Marx?-Rius il rosso è diventato giallo video you tube
video con Guido Viale
viene qui riprodotta la prefazione di Diego Giachetti e quella dell'autore, Piero Baral Prefazione
L’autore di
questo libro ha lavorato tre anni alla Fiat, nello stabilimento di Rivalta,
dal 1976 al 1979, anno in cui fu licenziato assieme ad altre sessanta persone.
Nel corso di una vita lavorativa come la sua, che lo ha portato a tanti altri
impieghi presso ditte e situazioni quei tre anni devono essere stati molto
intensi, vissuti, pieni, in grado ancora di offrire propellente e stimoli per
produrre un libro a più di vent’anni di distanza. Contribuisce a questa
callosità della memoria anche il finale traumatico del rapporto di lavoro: il
licenziamento, un evento periodizzante nella sua vita che ha lasciato una
cicatrice, ben rimarginata, ma pur sempre visibile, capace di far partire,
tutte le volte che si osserva, il motore della memoria. Tuttavia questo libro
non è mosso solo dall’intento del ricordare, del riproporre qualcosa del
passato, c’è in Baral un bisogno di capire che ancora oggi lo divora,
trovare cioè una contestualizzazione alla sua storia personale collocandola
in un quadro di spiegazione più ampio, di tipo storico-politico. Perché lui?
Perché i 61, non uno in più non uno in meno? Forse perché, come scrive
nella prima pagina mescolando pezzi della sua formazione chimico-scientifica e
classica, nella tavola di Mendelejev l’elemento con numero atomico 61 è il
promezio il cui nome deriva da Prometeo, quello che nella mitologia greca rubò
il fuoco agli dei per portarlo agli uomini e, per questo, fu punito
severamente. Questa
ipotesi, suggestiva, è però subito abbandonata, non c’era nessun Prometeo
fra noi, dice. E neanche quello che accadde loro servì ad illuminare più di
tanto il mondo degli uomini che operavano alla Fiat. Caso mai, potremmo dire
alla luce dei fatti dell’anno dopo, quando la Fiat si liberò di migliaia e
migliaia di operai, col ricorso alla cassa integrazione a zero ore e alla
mobilità, nei 61 licenziati si trova, tanto per rimanere nel campo della
mitologia greca, un gesto premonitore di sventure che sarebbero seguite. Se
nessuno era Prometeo, molti furono, volontariamente o involontariamente,
Cassandre. Non una Cassandra sola, unica e compatta, ma tante, perché i 61,
ci ricorda, erano “esemplari variegati di operaie e operai”. Simili, se
osservati con categorie sociologiche e politiche, diversissimi se scomposti
per età, provenienza, storie personali, culture, mentalità, costumi. Il
punto d’inizio della narrazione è dato dal 9 ottobre del 1979, quando le
direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat la lettera di
licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti, contestava
“un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non
rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede e
nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi
della civile convivenza nei luoghi di lavoro”. Generica e quindi
giuridicamente inconsistente, come stabilì subito la magistratura del lavoro,
alla quale i 61 fecero ricorso, e che impose la riassunzione. Riassunzione che
non ci fu, perché questa volta, con una seconda lettera di licenziamento la
direzione Fiat entrava nello specifico delle accuse per ognuno dei licenziati,
attribuendo loro contestazioni circostanziate e particolari. A questo punto i
ricorsi divennero individuali. Il sindacato offrì, previa la sottoscrizione
di una dichiarazione contro la violenza, il servizio del collegio dei suoi
avvocati, la maggioranza dei 61 scelse questa via, altri, una decina,
contestarono il provvedimento ricorrendo senza il patrocinio sindacale, Baral,
invece, non fece ricorso. Contestualmente
ai licenziamenti la Fiat dichiarava il blocco delle assunzioni in quanto, come
diceva Cesare Annibaldi, direttore delle relazioni industriali,
“l’inserimento di nuovo personale in un clima come quello attuale
rischierebbe di compromettere l’indispensabile momento di riflessione
connesso all’esigenza di ripristinare in fabbrica un minimo di governo
[perché] il disordine all’interno delle officine è tale da rasentare il
collasso” («La Stampa», 11 ottobre 1979). La direzione Fiat intendeva
riportare l’ordine aziendale e produttivo in fabbrica e descriveva i suoi
reparti in preda ad un caos che durava da quando, con l’autunno caldo del
1969, era iniziata la “grande sarabanda”, per dirla con le parole
dell’avvocato Agnelli intervistato da «La Stampa» il 1° luglio 1999.
Quella stagione di lotte aveva segnato la fine dei precedenti “anni duri
alla Fiat”, secondo la bella frase che dà il titolo ad un libro scritto da
Emilio Pugno e Sergio Garavini per i tipi dell’Einaudi nel 1974. Anni duri
per i lavoratori e i sindacalisti torinesi s’intende, perché, invece, per
l’azienda i decenni Cinquanta e Sessanta furono anni di espansione,
produttività, profitti e nuovi investimenti. Per l’azienda Fiat gli “anni
duri” vennero dopo le lotte del ’68-’69 che ridefinirono, modificandoli
a favore degli operai, i rapporti di forza all’interno delle officine,
destrutturando il vecchio organigramma di comando che governava la produzione
e inserendovi elementi di controllo operaio sulla produzione espressi dai
delegati e da quello che negli anni Settanta si chiamava il sindacato dei
consigli. Certo comandavano ancora i padroni, “ma in condizioni nuove, per
la nuova composizione della classe, per le conquiste consolidate di condizioni
di lavoro e di vita. E il padronato punta[va] con decisione a liquidare le
esperienze di controllo operaio, e i consigli come strumento di democrazia
operaia”[1]. Alla
fine di quel decennio la direzione aziendale si mosse per riportare ordine nei
reparti, il che, sostanzialmente, voleva dire spezzare la forza di
contrattazione e di controllo su ritmi, tempi e produzione messa in campo dai
lavoratori mediante i consigli di fabbrica. Perché voleva modificare quei
rapporti di forza? Forse perché essi erano d’impedimento all’aumento
della produzione e la Fiat voleva incrementare la costruzione di automobili?
Non era proprio così. Più che sfruttare la forza lavoro alle sue dipendenze,
la Fiat aveva bisogno di ridurre il loro numero, per adeguarlo al calo della
produzione causato dalla crisi del mercato automobilistico che investiva
l’Europa e il mondo. Alcuni
mesi dopo i 61 licenziamenti, quando la polemica era sfocata, e ancora non si
sentivano palesemente le avvisaglie della lotta dell’autunno 1980 contro la
richiesta di mettere 23 mila operai in cassa integrazione, Umberto Agnelli,
amministratore delegato della Fiat, in un’intervista comparsa su «La
Repubblica» del 21 giugno 1980, poneva due condizioni per la ripresa
produttiva: la riduzione del numero dei dipendenti e la svalutazione della
lira: “oggi la Fiat ha impianti e uomini per produrre 1.800.000, forse 2
milioni di vetture. Ne facciamo un milione e mezzo. E l’anno prossimo
riusciremo a collocarne sul mercato ancora meno. In tutta Europa le vendite
sono sotto il 10% rispetto a quelle del 1979. Se non potremo ridurre
l’occupazione in modo sostanziale non avremo mai i bilanci in pareggio”. Il
problema era quello e si trattava di gestirlo sapendo che la riduzione del
numero dei dipendenti avrebbe suscitato dure reazioni da parte dei lavoratori,
del sindacato dei consigli, della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM),
mentre con i Confederali, CGIL, CISL e UIL era possibile trattare, concordare,
cioè alla fine trovare un accordo. Si trattava di cominciare a saggiare
quelle forze, vederne la consistenza, possibilmente indebolirle, dividerle,
costringere la polemica contro l’estremismo della FLM, il sindacato dei
consigli, che serpeggiava ai vertici di CGIL, CISL, UIL e di una parte
consistente del PCI, a uscire allo scoperto, a dichiararsi. La
Fiat non voleva certo liquidare il sindacato, anzi affermava, per bocca dei
suoi dirigenti, di volerlo più forte, nel senso di un sindacato capace di
governare la forza lavoro, non quello dei consigli che riteneva incompatibile
con gli obiettivi che si poneva per gli anni ’80. La nuova strategia legata
all’introduzione di nuove tecnologie richiedeva massima libertà di scelta e
rapidità di trasformazione, secondo le nuove esigenze di mercato: flessibilità
si direbbe oggi. La questione
centrale diventava la rottura della rigidità del mercato del lavoro a partire
dalla possibilità di licenziare, senza altra motivazione se non l’esigenza
di ristrutturare; si voleva introdurre la mobilità ad uso elastico, senza
vincoli o controlli; si voleva aumentare la produttività riducendo
l’assenteismo, introducendo nuovi turni, intensificando i ritmi; si cominciò
a parlare di regolamentazione dello sciopero assieme alle critiche allo
Statuto dei lavoratori troppo garantista nei loro confronti; si voleva la
libertà di selezione nelle assunzioni con l’eliminazione del controllo da
parte del collocamento. Più in generale, la ristrutturazione era una necessità
del capitale e delle aziende, ricordava un esponente autorevole del PCI,
Giorgio Amendola: “non si può pensare alla meccanizzazione,
all’automazione senza accettare la riduzione del numero degli operai
occupati per giungere ad una determinata produzione – riduzione certo
concordata, non imposta dal padrone, ma non rifiutata a priori dal
sindacato”[2].
La
crisi della maggiore industria automobilistica si manifestava in un contesto
in cui violentissima e cruenta era l’azione dei gruppi terroristi contro i
quadri aziendali: il 21 settembre 1979 uccidevano Carlo Ghiglieno,
responsabile dell’ufficio programmazione Fiat auto, il 4 ottobre ferivano
gravemente Cesare Varetto, responsabile delle relazioni sindacali delle
carrozzerie Mirafiori. I capi reparto, i capi officina e quadri intermedi,
quelli che al tempo di Valletta costituivano l’ossatura del comando della
fabbrica, alla fine degli anni Settanta si scoprivano demotivati, incerti
circa la loro funzione nell’azienda, abbandonati, sovente poco considerati
dai vertici dirigenziali. Effettivamente la struttura consiliare, basata sui
delegati eletti dagli operai, aveva via via sostituito molto delle funzioni e
dei poteri attribuiti in precedenza alla pletora dei quadri intermedi:
controllo dei tempi, dei ritmi, dell’impiego delle maestranze, dei permessi;
inoltre, la ristrutturazione del ciclo produttivo che la Fiat stava attuando
contribuiva a ridimensionare ulteriormente il loro ruolo e funzione. Montava
tra loro un malcontento e una protesta che l’azienda non intendeva certo
lasciare senza risposta, prima che essa trovasse magari
un riferimento tra i sindacati dei lavoratori, e che si manifesterà
l’anno dopo nella periodizzante “marcia dei 40 mila”. Il licenziamento
di 61 estremisti era, in quella situazione, un segnale forte indirizzato ai
quadri intermedi, quelli che più pativano l’ingovernabilità dei reparti,
come dicevano, causata dalla maggiore capacità contrattuale dei lavoratori e
degli strumenti sindacali che si erano dati. L’equazione
che fu tratteggiata, soprattutto dai maggiori quotidiani nazionali, fu
abbastanza semplice e giornalistica: il conflitto in fabbrica – si scrisse
– aveva raggiunto livelli tali da essere “oggettivamente” in rapporto
col terrorismo, di qui l’equazione conflitto = violenza = terrorismo.
Giorgio Amendola, nel già citato articolo, la sposò con entusiasmo e durezza
espositiva: “chi può negare che vi sia un rapporto diretto tra la violenza
in fabbrica e il terrore? E perché il sindacato, i comunisti non hanno
parlato, denunciato in tempo quello che oggi viene rivelato?” Puntò poi il
dito contro determinati metodi di lotta, giudicati troppo violenti:
“occupazioni stradali, cortei intimidatori, distruzioni vandaliche di
macchine e negozi, stazioni occupate, autostrade ostruite, blocco degli
aeroporti”. Così
il discorso si spostò dalla crisi Fiat e dalla ristrutturazione che stava
mettendo in atto, al dibattito sulle forme di lotta, lecite, illecite,
violente, e al legame tra lotta contrattuale e terrorismo. Scrisse all’epoca
Loris Campetti sul «Manifesto» del 16 ottobre 1979: “tra le forze di
sinistra e dentro il sindacato, si fa più attenzione a come denunciare le
forme di violenza in fabbrica che non a respingere i licenziamenti. Troppi
hanno paura di sporcarsi le mani con i licenziati: si fanno i distinguo, si
parla solo di difesa legale da parte di un collegio di avvocati del sindacato.
Il PCI accusa il sindacato di porre resistenze nelle iniziative contro il
terrorismo e richiama i suoi quadri che troppo si sono impegnati nelle
strutture della FLM e troppo poco come militanti comunisti, a rientrare nei
ranghi”. Effettivamente,
di fronte al licenziamento dei 61 il sindacato e la sinistra manifestarono
esplicitamente divisioni e polemiche che già serpeggiavano da alcuni anni:
l’FLM e i sindacati torinesi, organizzarono scioperi e manifestazioni
pubbliche, mentre le confederazioni e il PCI – avvisati personalmente da
Cesare Romiti[3]
prima dell’avvio dei provvedimenti e invitati dalla Fiat a tenere “un
atteggiamento responsabile” –, preferirono defilarsi, accusando i
sindacalisti torinesi e la FLM di essere “renitenti” nella lotta contro il
terrorismo e la violenza[4].
Negli anni successivi, a seguito delle indagini della magistratura, si scoprì
che dei 61 licenziati solo quattro erano in collegamento, o lo erano stati,
con gruppi terroristi[5]. Che
i vertici dei sindacati confederali e dei maggiori partiti politici fossero
stati preavvertiti dalla direzione Fiat, circa l’intenzione di procedere con
decine e decine di licenziamenti, era una voce diffusasi immediatamente nei
giorni seguenti le lettere di licenziamento, lo scriveva ad esempio Loris
Campetti sul «Manifesto» del 16 ottobre. Più tardi si sarebbe saputo, per
ammissione dei protagonisti, che la direzione Fiat aveva preparato da tempo la
sua mossa e aveva avvisato i sindacati: “prima di dare il via a quel
provvedimento avvertimmo i capi dei sindacati”, ricorda Cesare Romiti, e le
segreterie dei principali partiti. Durante quella riunione Umberto Agnelli
avvertì “che le condizioni dell’azienda [rendevano] imperativa una
risposta energica”, gli interlocutori ne presero atto, non opposero alcuna
obiezione se non la “preoccupazione per la reazione che un provvedimento
sensazionale” poteva provocare e consigliarono la “Fiat di presentare
circostanziate denunce alla magistratura”. Prima della consegna delle
lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti i responsabili del
personale convocarono membri degli esecutivi dei consigli di fabbrica. “Tra
gli altri vennero convocati d’urgenza alle Presse di Mirafiori, Felice
Celestini e Gino Giulio, ai quali la direzione di stabilimento chiese di
tenere rispetto ai licenziamenti una posizione “responsabile” anche perché,
fece loro capire, l’operazione era stata concordata con importanti dirigenti
nazionali e locali sia del sindacato che del PCI”
[6]. L’
FLM, invece, reagì, “siamo al 7 aprile della classe operaia – dichiarava
a «La Stampa», il 12 ottobre 1979, Veronese, segretario nazionale –. La
Fiat coglie l’occasione del riferimento alla battaglia contro il terrorismo
per colpire i lavoratori e recuperare spazi di libertà e arbitrio che aveva
perso, strumentalizza il discorso sul terrorismo per colpire un altro
bersaglio, le lotte, il sindacato, l’organizzazione operaia in fabbrica”. Contro
i licenziamenti la FML organizzò il 16 ottobre del 1979 al Palazzetto dello
Sport un’assemblea di tremila delegati con la presenza dei segretari
nazionali delle confederazioni, Lama, Carniti e Benvenuto, nella quale venne
dichiarato per il 23 ottobre uno sciopero nazionale dei metalmeccanici e a
Torino di tutta l’industria. In quell’occasione, a nome dei 61 prese la
parola Angelo Caforio: “Dieci anni fa, proprio in questa stagione, in questo
palazzetto c’era un’assemblea simile a questa,
era intitolata però ‘Processo alla Fiat’, il processo alla
direzione che aveva sospeso novanta operai. Era l’autunno caldo”, ricordò,
e proseguì: “tra i 61 licenziati
molti rappresentano anche personalmente, fisicamente, la continuità con
quell’autunno caldo, hanno più di dieci anni di anzianità Fiat, altri sono
entrati invece negli ultimi due anni […]. Crede davvero la Fiat di aver
colpito il terrorismo? – si chiese avviandosi alla conclusione – No, non
lo crede, non ci pensa neppure. Sa però che la posta in gioco sono gli anni
’80, in fabbrica, a Torino, in Italia”[7]. Il
parallelismo tra l’autunno caldo del 1969 e, dieci anni dopo, “l’autunno
freddo” dei 61 licenziati, del terrorismo, della crisi, del compromesso
storico, dell’EUR era facile e utile da farsi, anche per segnalare la nuova
composizione di classe. I giovani che erano entrati alla Fiat in quegli anni,
con la riapertura delle assunzioni, – scrisse Pino Ferraris sul «Manifesto»
del 16 novembre 1979 – “esprimevano soggettività, culture, bisogni, comportamenti che si erano
strutturati nella lunga adolescenza e giovinezza “irregolari” dentro le
scuole di massa e nelle periferie urbane, tra gli stimoli dei mass media e il
nomadismo delle esperienze e che non conoscevano quasi altra trama di
socializzazione che non sia quella degli affetti e della vita emotiva dentro
la nuova famiglia estesa, i piccoli gruppi, le amicizie. Irrompe
l’irregolarità del bisogno di vita”. La grande fabbrica diventava un
laboratorio di conflitti e di mediazioni “tra generazioni operaie, tra uomo
e donna, tra cultura del lavoro e cultura dei bisogni”. Erano quelli che
Adalberto Minucci, della segreteria del PCI, con un’espressione infelice, ma
destinata a diventare categoria storica e sociologica, definì “il fondo del
barile” in un’intervista rilasciata a Lietta Tornabuoni a «La Stampa»
del 13 ottobre 1979 nella quale diceva: “dal 1973 la Fiat non sostituiva più
gli operai che andavano in pensione o si licenziavano. Negli ultimi due anni
il turnover è stato riaperto e mi risulta che a Mirafiori siano entrati negli
ultimi dodici mesi 12 mila nuovi assunti. Questo ha riportato la fabbrica ad
una realtà magmatica, un porto di mare con gente che entra senza avere
dimestichezza né a volte attitudine al lavoro e presto se ne va perché non
regge. Credo che in quest’ultima ondata a Mirafiori sia entrato un po’ di
tutto, dallo studente al disadattato, s’è proprio raschiato il fondo del
barile”. Un giudizio netto, intransigente che non lasciava molti spazi
d’interpretazione e che, certo, coglieva un aspetto importante della
questione: il mutamento della composizione della forza lavoro alla Fiat e
della sua coscienza di classe, come si diceva allora. Che qualcosa nella
coscienza dei lavoratori fosse cambiato lo avevano già intravisto due
ricercatori e militanti torinesi, Brunello Mantelli e Marco Revelli, che
avevano intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento
di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nel 1978. Successivamente, sulla
composizione della classe operaia Fiat e sugli atteggiamenti verso il lavoro e
l’azienda, era stata pubblicata un’inchiesta dal titolo Coscienza
operaia oggi. I nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai
lavoratori e, nello specifico, sulle caratteristiche dei nuovi assunti, la
ricerca di Silvia Belforte, Il fondo del
barile: riorganizzazione del ciclo produttivo e composizione operaia alla Fiat
dopo le nuove assunzioni[8].
Anche il PCI, nel 1979, aveva preso l’iniziativa di un sondaggio di massa
tra i dipendenti del gruppo i cui risultati furono pubblicati
l’anno dopo[9].
Da quel sondaggio emergevano dati importanti, ne segnaliamo due che riguardano
il tema che trattiamo. Alla domanda: “perché la Fiat ha licenziato i
61?”, il 28,9% rispondeva “per liberarsi dei violenti”, il 22,8% “non
sono affari miei”, il 20,9% “per sfidare il sindacato”, il 12,6% “per
colpire i più combattivi”. Alla domanda: “che cosa pensi della
collaborazione tra lavoratori e padroni?”, la distribuzione delle risposte
era la seguente: “è necessaria perché va a vantaggio di tutti” (44,4%),
“è possibile ma va contrattata” (29,4%), mentre il rimanente 29,4%
respingeva ogni forma di collaborazione. Soprattutto
i dati relativi alle risposte alla seconda domanda, con quel 44,4% che
propendeva per la collaborazione con l’azienda furono presi ad esempio per
cominciare a dire che l’intera strategia sindacale andava rivista, corretta,
reimpostata. I 61 licenziati fecero divampare la discussione, il tema
sindacato o sindacato dei consigli si ripresentò tale e quale, ma con
maggiore intensità e drammaticità nel corso della lotta dei trentacinque
giorno del 1980. La sconfitta subita dai lavoratori con la firma
dell’accordo, dopo la fatidica “marcia dei quarantamila”, rappresentò,
per dirla con Piero Fassino la fine di “un’epoca della storia del
sindacato”, quello conflittuale e antagonista degli anni settanta. L’anima
antagonista andava sostituita, dice il segretario dei DS, con quella
contrattualista, questo esigeva una revisione profonda degli obiettivi, alcuni
andavano abbandonati, altri introdotti: “competitività, produttività”,
“adeguamento di diritti e condizioni di lavoro all’evoluzione della
struttura produttiva e dei mercati”, “part-time, mobilità interna e
esterna”. Superato ancora il difficile scoglio rappresentato dallo scontro
sulla scala mobile del 1984, per fortuna, nel 1993, – conclude Fassino –
finalmente il travaglio sindacale, apertosi sulla fine degli anni Settanta,
giungeva positivamente a termine con la concertazione e l’accordo del 23
luglio 1993[10].
Simili
affermazioni ci fanno ulteriormente capire che l’argomento sollevato dal
libro di Baral è “storico” nel senso pieno del termine, rappresenta uno
snodo di una vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano che si è
conclusa. Oggi gli interlocutori del segretario del maggior partito della
sinistra non sono i Baral e questi “tipi umani” non affollavano certo la
sala dell’Auditorium del Lingotto di Torino la sera del 7 ottobre 2003 per
la presentazione del libro di memorie di Piero Fassino. Al suo fianco c’era
l’attuale presidente della Fiat Umberto Agnelli e in platea tanti uomini
politici, sindacalisti, amministratori locali. Il presente ha dato ragione (ma
a quale prezzo?) a Piero Fassino e torto ai Baral, questo almeno ci consiglia
di credere il senso comune, l’apparenza. Un merito grande, filosofico,
critico hanno però le vicende raccontate da Baral e le testimonianze di altri
protagonisti da lui raccolte e assemblate nel libro, quello di ricordarci, per
dirla con Max Horkheimer, che “la denuncia di ciò che al presente viene
chiamato ragione è il più grande servizio che la ragione possa prestare”. Diego
Giachetti
[1] Franco Calamida, La borghesia fa cadere grosse pietre sui piedi della sinistra, «Quotidiano dei lavoratori», settimanale, n. o, 23 dicembre 1979. [2]Giorgio Amendola, Interrogativi sul “caso” Fiat, «Rinascita», 9 novembre 1979 [3] Gabriele Polo, Claudio Sabattini, Restaurazione italiana, Roma, Manifestolibri, 2000, p. 34. [4] “La FLM e il sindacato torinese si mostrano renitenti”, scrive a proposito Lorenzo Gianotti in Gli operai della Fiat hanno cento anni, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 238. [5] Vedi Raffaele Renzacci, in Cento… e uno anni di Fiat, a cura di Antonio Moscato, Bolsena (VT), Massari Editore, 2000, p. 85, e Gabriele Polo, Claudio Sabattini, Restaurazione italiana, Roma, Manifestolibri, 2000, p.34 [6]Cfr. nell’ordine Pansa-Romiti, Questi anni alla Fiat, Milano, Rizzoli, 1988, p. 56; Lorenzo Gianotti, Gli operai della Fiat hanno cento anni, cit., p. 236; la testimonianza dei due operai Fiat è stata resa a Raffaele Renzacci che l’ha riportata nel libro Cento… e uno anni di Fiat, cit., p. 83. [7] L’intervento fu pubblicato sul «Manifesto» del 17 ottobre 1979. [8] Cfr.: Operai senza politica, a cura di Brunello Mantelli e Marco Revelli, Roma, Savelli, 1979, Coscienza operaia oggi. I nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di Giulio Girardi, Bari, De Donato, 1980, Silvia Belforte, Il fondo del barile: riorganizzazione del ciclo produttivo e composizione operaia alla Fiat dopo le nuove assunzioni, Milano, La salamandra, 1980. [9] Cfr. Aris Accornero; Alberto Baldissera, Sergio Scamuzzi, Ricerca di massa sulla condizione operaia alla Fiat: i primi risultati, «Bollettino Cespe», Roma, 2 febbraio 1980. Vedi anche l’articolo pubblicato in seguito di A. Accornero, F. Carmignani, N. Magna, I tre “tipi” di operai della Fiat, «Politica ed economia», n. 5, maggio 1985 con la quale si classificano tre tipologie di comportamento operaio: conflittuale (chi riconosce l’esistenza e l’inevitabilità del conflitto tra azienda e lavoratori ma ritiene si debba cercare una mediazione attraverso la contrattazione), antagonista (chi è per la lotta intransigente e dura, senza mediazioni e accordi), collaborativo (chi è per la collaborazione con l’azienda). I dati ripetevano il peso statistico del sondaggio riportato nel testo. [10] Piero Fassino, Per passione, Milano, Rizzoli, 2003, pp. 129-134.
“come granelli di
sabbia del deserto
danziamo nel girotondo” Una
premessa
Intrigato dalla scelta padronale di espellere
“61” cattivi, ho cercato – per un certo periodo di ripiegamento
nell’irrazio-nale seguito al licenziamento – vari riferimenti storici o
casuali. Il più interessante è nella tavola di Mendelejev nel vecchio libro di
chimica. L’elemento con numero atomico 61 è il Promezio (Pm) della serie dei
Lantanidi, definiti “sconosciuti” e “radioattivi”. Promezio deriva il
suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perchè rubò il
fuoco per restituirlo agli uomini. Non c’era Prometeo fra i 61, semmai esemplari
variegati di operaie e operai che non potevano più essere tollerati nella nuova
organizzazione che si era data la la Fiat. Come negli anni ‘50 si partiva dagli
"estremisti" per arrivare poi ai grandi numeri.
(p.b.) Si era a sei
anni di distanza dalla crisi del petrolio del ‘73 che aveva avviato una decisa
fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei
metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era
ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il
carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica. Tutto ciò
in presenza di una piattaforma poco convincente, infatti qualcuno dichiarava di
forzare le lotte per chiudere presto e pagare poco il contratto... Da parte della
Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti
di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e “lungo” periodo...
coi suoi operai, non certo con la crisi di sovrapproduzione su scala mondiale. La sinistra di
fabbrica legge questa fase in modo frammentato: chi
continua a sottolineare la crisi di direzione aziendale e appoggia criticamente
la ristrutturazione (Fiom); chi rivendica aumenti salariali e migliori
condizioni di lavoro; chi sbandiera i robot come l’arma definitiva del padrone
e propone lotte altrettanto ‘radicali’ (l’autonomia); chi, marginale,
dichiara in modo dimesso di trovare difficoltà a produrre merci inutili e
dannose e confluisce nella pratica della autoriduzione della produzione. Queste
diverse linee raccolgono poi motivazioni le più varie del resto degli operai. Tutto questo
nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle
mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio
come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono a far
ricompattare a destra tutto il possibile. Lo spazio politico si restringe ed è
facile essere accusati di ‘fiancheggiamento’: basta dissentire dalla linea
dominante nel sindacato e nella sinistra. In questa
situazione, la scia sanguinosa incide particolarmente alla Fiat che ha una
ventina di quadri e dirigenti presi nel mirino. La Fiat, nella lentezza di
risultati della magistratura, in quel periodo, decide di fare un colpo di mano
direttamente sugli operai, una rappresaglia concordata dai vertici e di cui
viene dato preavviso al sindacato (vedi intervista di Pansa a Romiti, 1989). A
ottobre sessantun nomi vengono messi sul tappeto, sotto l’accusa generica di
non prestarsi diligentemente alla politica produttiva aziendale. In realtà i
giornali sparano titoli di fuoco sul terrorismo in fabbrica, riportano
interviste ai capi; lo stesso sindacato torinese esce con un volantino che
condanna il terrorismo e poi sotto sotto cerca di mettere le mani avanti per
‘salvare qualcosa’. I 61 da parte loro sentono puzza di bruciato in tutte le
direzioni e cercano inizialmente di conoscersi tra loro; escono poi vari
volantini di controinformazione e si susseguono assemblee in varie sedi della
sinistra e della FLM. Si fa largo
una opinione di sinistra che chiede le prove, condizionando ad una verifica di
merito il giudizio di solidarietà coi 61. A questo punto si precisa una
spaccatura fra chi accetta di firmare una dichiarazione contro la violenza
(richiesta dal sindacato per impugnare i licenziamenti in base all’art. 28
dello Statuto dei lavoratori) ed una decina di dissidenti che formeranno un
collegio alternativo di difesa. Il pretore del
lavoro convalida la richiesta sindacale e obbliga la Fiat a riassumere i
licenziati senza motivo... La Fiat si
adegua, ritira i licenziamenti e immediatamente li riconferma motivandoli questa
volta in modo approfondito ed individuale. Intanto
scioperi, collette, manifestazioni di solidarietà, con esito vario ed adesioni
limitate, non permettono comunque di invertire la tendenza alla frammentazione. Dopo
un’ulteriore causa di alcune decine per diffamazione (si era parlato di
terrorismo) che viene concordata e dà un indennizzo di due milioni, ci saranno
solo più cause individuali. La maggior parte concorderà varie decine di
milioni di risarcimento, pochissimi vincono ma non rientrano in Fiat, altri
nemmeno ricorrono (come nel mio caso). alcune
riflessioni * Fatto
interessante è intanto l’arresto delle azioni armate contro la Fiat entro
l’anno 1979, segno, comunque, di un cambiamento di strategia e sintomo della
crisi incalzante della lotta armata. Se esisteva
una volontà di questa di ‘sbloccare verso destra’ la situazione politica
nel paese (in modo da chiarire al proletariato l’impraticabilità della via
‘legale’ ad una modifica del sistema), il risultato era ancora lontano
dall’essere raggiunto. Il padrone in fabbrica comunque utilizza tutto nel suo
interesse. Infatti l’azione della Fiat prosegue minacciando l’anno
successivo 14.000 licenziamenti. 35 giorni di blocco dei cancelli ottengono un
mediocre risultato di compromesso: 24.000 in cassa integrazione (gli ultimi
superstiti rientreranno nell’87). Qualcuno aggiunge che quella lotta non
poteva servire perché gestita da un sindacato saldamente controllato dai
padroni - e almeno nella meccanica della votazione finale è dimostrabile la
volontà dei vertici di chiudere comunque. Quella che viene definita la tappa
decisiva nella grande fabbrica della “sconfitta operaia” era stata sancita a
livello di massa con il ‘referendum’ della marcia dei 20.000 capi, quadri,
impiegati... (definiti i ‘ 40mila’). * Chi mette in
evidenza questo passaggio, sovente non ammette quanto a lungo fosse stato
preparato nell’opinione pubblica, nei quadri e con adeguati investimenti che
cambiavano progressivamente faccia all’officina. Questi
cambiamenti erano stati sovente ‘sollecitati’ dalla sinistra
‘riformista’ che aspettava di poter accedere al comando tecnico della
fabbrica, dopo aver ricevuto la delega nelle amministrazioni locali. * Il nuovo
operaio che sarebbe venuto fuori dalla ristrutturazione, sedato, ricattato e in
parte rimotivato coi ‘circoli di qualità’ e nuove mansioni, stava meglio
dentro la visione parziale del sindacato che da anni si batteva sul recupero e
la valorizzazione della ‘professionalità’. * Intanto ora
per i frammenti dell’operaio massa c’erano gli abissi della cassa
integrazione. Qui sindacato e sinistra hanno di nuovo marcato il passo non
riuscendo a contrattare ed imporre nemmeno nella pubblica opinione una versione
diversa da quella dell’assistenza. Centinaia di
migliaia i cassaintegrati, delle più varie aziende sono stati abbandonati alle
sorti più strane e drammatiche. Una propria
autonomia di iniziativa sull’occupazione sinistra e sindacato non riuscivano
ad averla. * Altra
battaglia persa per strada fu quella sul collocamento: dopo le assunzioni degli
ultimi anni Settanta che avevano portato in fabbrica strati giovanili non
selezionati come nel passato, si fece come rappresaglia il blocco delle
assunzioni. Revocato, fu poi trasformato nel ripristino legale delle assunzioni
nominative (utilizzando il seguito il contratto formazione lavoro e simili). Nel ‘79 un
dirigente torinese del PCI parlò di ‘raschiatura del fondo del barile’,
come se il lavoro nella grande fabbrica non fosse nemmeno più per la sinistra
un diritto bensì un premio da dare ai migliori. In questo modo il barile della
forza lavoro era meglio fosse tenuto sempre mezzo pieno di disoccupati. * La
preoccupazione sul carattere più o meno dannoso e sullo spreco legato al modo
di produzione capitalista (prima che dei verdi, argomento ‘storico’
comunista) non ha fatto molta strada fra i produttori, al massimo era opera di
qualche osservatore esterno. Tocca infatti ai verdi nel ‘90 infastidire gli
azionisti... In-tanto si parla di ‘qualità totale’...per rendere più
micidiale e redditizia la merce Fiat. Produrre e consumare auto, nel nostro
caso, è ancora un affare e una ‘moda’ (imposta), anche per l’o-peraio
medio che paga una tangente del 20% del salario all’in-dustria
automobilistica/petrolifera che gli fornisce quella che, più che un mezzo di
trasporto individuale, si rivela un’arma più potente della droga. Da quando la
CGIL appoggiò il piano per l’automobile popolare – anni ’50 – la Fiat
è diventata multinazionale e il sindacato ... è sceso al 20% nelle adesioni
operaie. E non si parli
di politica energetica e prezzi del petrolio che nel polverone la linea vincente
è sempre quella di pagare poco le materie prime e fregarsene dei consumi
energetici (e delle guerre del petrolio). per
concludere * Nella luce
di questi problemi, molti comportamenti operai ribelli possono essere
ridimensionati (e a maggior ragione tanti comportamenti ‘rivoluzionari’ che
giustificavano espropri sulla base di bisogni crescenti, scaricando su terzi il
compito di produrre e subire il torchio padronale). Tante cose han pesato
nell’accelerare i tempi della ristrutturazione, oltre la lotta interna agli
stabilimenti, la svolta della crisi del ‘73, le innovazioni tecnologiche della
concorrenza estera, l’attività prolungata della lotta armata e le nuove
ideologie produttive (poi sarebbero arrivata la saturazione dei mercati e nuove
strategie aziendali su scala mondiale). * Gli operai
della grande fabbrica, che pur si continuava a dire fossero alla guida del
proletariato italiano, avevano comunque molti retaggi, illusioni e ritardi che
li frenavano. Nel monte merci illusoriamente aumentato – mentre i salari
stagnavano – e nella insufficiente alleanza coi lavoratori della piccola
industria e con i disoccupati in continua crescita (per guardare a una parte di
chi sta peggio) ci sono pezzi della catena materiale che li (ci) lega alla
borghesia. La catena
ideologica era ed è ancor più forte per i tanti vicoli ciechi in cui la
carente – o complice, dice qualcuno – politica della sinistra ha condotto e
abbandonato tante volte la classe operaia. piero baral (***)
(***) PIERO BARAL Nato nel 1947, vive a Pomaretto, in Val Germanasca. Ha lavorato come operaio in Indesit, Fiat e in piccole aziende (accumulando due licenziamenti politici), poi in Luzenac Val Chisone (miniera e laboratorio chimico).. Fa parte, dal 1995, dell’Associazione lavoratori pinerolesi – ALP-CUB, in cui si occupa dell'informazione. Dall'Ottobre 2002 è in pensione. Ha curato e pubblicato le raccolte di saggi e testi: NIENTE
DI NUOVO SOTTO IL SOLE... e DIARIO
DI ADA. Non si ritiene, tuttavia, uno scrittore poiché utilizza scritti apparsi su bollettini operai, riordinati e arricchiti da altri testi. Per trent’anni ha sperimentato varie forme di informazione operaia di base – sindacale e politica
Niente di nuovo sotto il sole...
I cicli della vita di fabbrica nel libro di Piero Baral La nostra speranza è la storia Niente di nuovo sotto il sole, s’intitola il libro di Piero Baral, dedicato ai 61 licenziati della Fiat nel 1979*. Il titolo allude molto chiaramente al libro dell’Ecclesiaste (Qoelet), lo scritto da annoverare tra le più affascinati e dibattute meditazioni sulla storia umana. Il libro Niente di nuovo sotto il sole affascina pure non poco. Non è il fascino che esercita un romanzo ben costruito o una poesia ricolma di emozioni. Il suo carisma sta prima di tutto nella narrazione di un percorso collettivo, fatto di esperienze particolarmente forti, al quale il nostro autore ha partecipato in prima persona. Nella premessa al volume, Baral trova un nesso casuale tra il numero “61” e la tavola di Mendelejev, in cui “L’elemento con numero atomico 61 è il Promezio (…). Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perché rubo il fuoco per restituirlo agli uomini”. A questo riferimento chimico - mitologico segue la precisazione: “Non c’era Prometeo fra i 61, semmai esemplari variegati di operaie e operai che non potevano più essere tollerati dalla nuova organizzazione che si era data la Fiat”. Mettendo da parte i riferimenti chimici e mitologici, penso di poter fare in ogni caso una considerazione teorica sul libro di Baral. Dal punto di vista biblico la storia umana è lineare; gli eventi quindi non si ripetono ciclicamente, al contrario di tutto ciò che accade nella natura e nella mitologia. Lo storico ma anche l’esegeta sanno però che la grande narrazione è, in sostanza, una serie di storie minuscole, talvolta presentate in maniera parziale. Piero Baral riporta dunque alla luce un minuscolo studio del passato che fa parte della grande Storia, le cui conclusioni neanche adesso sono definitive. Il fascino del libro è legato anche alla sua forma. Il volume contiene una notevole quantità di documenti dell’epoca difficilmente reperibili. L’affermazione vale soprattutto per volantini e bollettini interni del 1979, trascritti fedelmente dall’Autore. Numerose vignette satiriche danno al volume un tocco di leggerezza. Completano il lavoro le “varie schegge biografiche”, come le chiama Baral stesso, riservandosi la scheggia più voluminosa. Leggendo il volume, è difficile trattenere la commozione davanti a un singolare e, al tempo stesso, tipico intreccio tra storia individuale e quella collettiva. *P. BARAL, Niente di nuovo sotto il sole. I 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Edizioni PonSin Mor, Torino 2003, pp. 169.
Pavel
G. su
Riforma il 2 gennaio 2004 |
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Sebastiano l'operaio il terrone da catena licenziato stamattina e stasera alla fontana. Accusato di violenza contro i capi, terrorista, perché oggi chi picchetta quanto meno è brigatista. Viva la FIAT. Licenziato con sessanta che con lui fa sessantuno tutti quanti terroristi mentre il terrorista è uno. Terrorista è chi ci nega il diritto alla ragione alla lotta per la vita contro la disperazione. Viva la FIAT. Controllare le assunzioni poi schedare il personale, concordare pseudo-lotte e alla fine licenziare. Incastrare il sindacato, ingolfare la sinistra è il progetto dichiarato del padrone terrorista. Viva la FIAT. Col sorriso doppiopetto il fumeè-democrazia la mattina ci licenzia e poi svelto corre via. Lo ritrovi in Quirinale "Anche questa è una scelta", per mostrare al presidente la sua nuova Lancia Delta una Lancia per lo stato nato dalla Resistenza o per la Costituzione, certo contro la violenza di sessanta Sebastiano, il terrone terrorista, perché oggi chi picchetta quanto meno è brigatista, liquidato con sessanta, che con lui fa sessantuno, tutti quanti terrorist i mentre il terrorista e uno. Viva la FIAT
Ivan della Mea
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